Un filo rosso color del vino percorre la Storia della Sardegna

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Antica  Sardegna,  isola in mezzo al mare dalle coste ospitali e l’interno impenetrabile. Baciata dal sole e dalla luce e spazzata da venti che ne inclinano gli alberi. Granitica e selvaggia, sabbiosa e calcarea lambita da un mare salatissimo e trasparente. Sulle sue coste e lungo i suoi fiumi che attraversano come autostrade naturali i territori più ospitali abita, nell’età del bronzo, un popolo fiero che vive in pace. Un popolo che vive in semplicità circondato da verdi distese su piccole alture per possedere con lo sguardo l’orizzonte. Vivono in piccoli villaggi disposti intorno ai Nuraghi in una dimensione conviviale in cui si divide il pane e forse già si beve il vino. Un vino che forse non ha le caratteristiche che oggi conosciamo, che forse è dolce, forse è speziato oppure è essenziale , primitivo e ricorda la semplicità senza troppi fronzoli della cucina sarda, ma che è comunque e pur sempre vino! La vite selvatica,  antica pianta di Sardegna, cresce rigogliosa senza addomesticazione in attesa di essere accarezzata e curata da sapienti mani fenicie.

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Quella appena descritta è una Sardegna disegnata in punta di “trowel” sui brevi e significativi tratti della cultura materiale del popolo Sardo. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce brocche panciute dette askoidi molto probabilmente destinate a contenere vino, bronzetti rappresentanti uomini che sembrano libare vino da brocche askoidi, vinaccioli  e acini carbonizzati, torchi utilizzati molto probabilmente per la torchiatura dell’uva e palmenti pressoi litici. In un secondo momento le coste sarde vedono l’arrivo dei fenici.

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Questi ultimi arrivano in pace, quasi in punta di piedi  fra Marzo e Ottobre navigando in acque favorevoli fino alle Coste ricche d’argento e verso giacimenti  colmi di rame. Prendono dimora inizialmente in luoghi costieri, isolati e protetti con un occhio rivolto al mare e l’altro alle ricchezze  minerarie della terra sarda e poi si spingono lungo il corso dei fiumi per penetrare in parte l’interno. Portano beni di lusso, ceramiche pregiate e ciò che conoscono sulla vite e la sua coltura e sulle tecniche di vinificazione. Inizialmente non vengono per restare ma la ricchezza di quest’ isola  e la sua luminosa bellezza li seduce a tal punto che decidono di mutare intento perché non basta più lo scambio di beni fra terre divise dal mare, non basta più stabilirsi sulle coste ricche d’argento da Marzo ad ottobre perché ora conoscono il gusto del sale sardo,conoscono l’aroma di quelle viti,il colore della nostra porpora,la tenerezza delle carni dei tonni del mare di Sardegna, le terre da pascolo e i terreni fertili. In questa fase inizia il commercio del vino sardo verso l’Etruria. I Fenici insegnano al popolo Sardo le proprie tecniche di vinificazione e le tecniche di conservazione e trasporto del vino. Da una iniziale amicizia segnata da una collaborazione fruttuosa e rispettosa dell’altrui cultura si sfocia in una commistione  forzata di culture, di saperi così come dal confronto costruttivo si passa alla progressiva imposizione di modelli fenici fino a svelare il vero carattere dei rapporti sottostanti che ormai appaiono senza veli, intrisi e macchiati da interesse e sfruttamento.

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Più tardi anche i Cartaginesi, intuiranno il potenziale del vino isolano, di quella terra così vocata e di quel clima perfetto sublimato dall’aria salmastra e intensificheranno la coltura della vite affiancandola a quella cerealicola. Verranno create da mani sapienti anfore vinarie dette “Zita” di foggia orientale e argilla locale per trasportare il vino. Questo vino conquisterà i mercati iberici e nord africani. I cartaginesi sono però mal tollerati dal popolo Sardo, al loro arrivo, infatti,avevano portato distruzione ( Bithia e monte Sirai) e avevano trasformato i sardi in soldati. Una rivolta dei soldati mercenari decreta il futuro Romano dell’ isola.

L’arrivo dei Romani segna il territorio Sardo. I romani solcano il territorio con opere  indelebili. Trasfigurano ciò che è  selvaggio per renderlo geometrico e funzionale: costruiscono strade,ponti,terme, teatri, acquedotti , case, ville e fattorie.

Ad  Olbia(fattoria romana S’Imbanconadu), ad esempio, sono stati rinvenuti i resti di un’abitazione  risalente alla metà del I -II secolo a.C. con un cortile di pertinenza con ambienti atti alla produzione vinicola oltre che alla panificazione. Ancora una volta uva e cereali, pane e vino presenti entrambi a confermare nuovamente la vocazione della terra sarda. Anche nel Nuraghe Arrubiu sono stati rinvenuti due laboratori destinati alla produzione del vino con vasche per la pigiatura, torchi, recipienti, bacili, basi e contrappesi oltre che vinaccioli carbonizzati di Bovale Sardo. In età tardo repubblicana la coltura della vite subisce una battuta d’arresto a causa dell’ affermazione dei vini provenienti dai territori di oltremare dell’Italia centrale. I Sardi hanno in realtà sempre subito il fascino di ciò che arriva da oltre il mare, che supera i loro confini e che è per loro misterioso, sconosciuto e accattivante.

La coltura cerealicola, in questo periodo, si impone sulla coltivazione delle vite distraendole attenzioni. Bisognerà aspettare l’età imperiale per veder rifiorire la vitivinicoltura Sarda. In età medioevale e giudicale si continua a coltivare la vite ma complice la fascinazione sarda per l’oltremare si iniziano ad  importare vitigni e vino prodotto fuori dall’isola. Questo sembra essere il caso della Malvasia che parrebbe essere stata introdotta in Sardegna, alla fine del VII secolo, dai monaci orientali che frequentemente coltivavano la vite in terreni annessi ai monasteri. La malvasia avrebbe mutuato il nome dalla “Monemvasia” probabilmente suo luogo di origine. Ciò sarebbe confermato anche dalla curiosa circostanza che alcuni agricoltori anziani si tramandano l’uso della dicitura “ uva greca”in riferimento alla malvasia. I monaci in periodo giudicale sono i responsabili di una coltivazione della vite innovativa che consta di nuove tecniche. Camaldolesi, Cistercensi, Vittorini e Vallombrosiani  coltivano le vaste porzioni del territorio annesse al loro monastero in ossequio alla regola benedettina dell’ora et labora. La vite, infatti, rappresentava per gli stessi monaci metafora del Cristo vite e dei tralci e il suo prodotto era in nuce il sangue del Cristo stesso. Così oranti e meditanti dedicavano il loro duro lavoro e il loro amore alla coltura di questo frutto. La vite, ad ogni modo, è sempre stata una coltivazione importante per il popolo sardo. Ha sempre rivestito, insieme al grano e all’olivo, un carattere predominante e ne ha sempre caratterizzato i panorami. Questo rilievo è documentato anche nella  “Carta de Logu.”

Fra le pagine della “Carta” possiamo leggere che a quei tempi, veniva comminata come massima pena il taglio  della mano per chi bruciava la vigna altrui o la sradicava (1300).Solo cento anni prima potevamo leggere nel codice degli statuti del Libero Comune di Sassari il divieto di importare vino da fuori, di piantare nuova vigna se non si era previamente provveduto ad estirparne. Questo protezionismo, nuovo per la Sardegna, fu condiviso dagli Spagnoli allorquando nel 1360 Pietro II di Aragona statuì il divieto di importare in territorio Algherese vino proveniente da altri centri.

In “De naturali Vinorum historia” il Bacci fa menzione dell’abitudine dei sardi di produrre vino da viti selvatiche e dunque sappiamo che anche in questo periodo i Sardi continuavano a sfruttare per la vinificazione anche la vite non addomesticata. La vite addomesticata veniva, invece, coltivata in terreni su cui erano presenti anche l’olivo, la frutta e i cereali. Gli Spagnoli, in seguito, tra il XIII E XVIII secolo introdussero nuove cultivar e, secondo alcuni autori, un nuovo modo di allevare la vite il cosiddetto metodo a: Sa catalanisca” che si andava a contrapporre a quello a “ Sa Sardisca”. Secondo altri autori questo metodo era ed è perfettamente combaciante con l’alberello latino e, dunque, di introduzione più risalente e non Spagnola. Durante la dominazione piemontese la Sardegna vantava un’ampissima superficie vitata prima dell’avvento della fillossera.

Alla fine del 1800 la diffusione di questo insetto colpì duramente gli apparati radicali delle viti piantate sulla terra del  “vecchio mondo del vino”. La fillossera, piccolo e insinuoso insetto, portò alla distruzione di  buona parte dei vigneti europei. Nei primi del 900 si scoprì che questo parassita non attaccava la vite americana e si decise, dunque, di provare ad innestare le viti su piede americano e questa operazione rappresentò la salvezza per la viticoltura dell’intero  vecchio mondo del vino. Oggi la vite viene ancora innestata su vite americana per scongiurare la maledizione rappresentata dalla fillossera anche se rimangono pochi e rari esempi di viti a piede franco che grazie ad un terreno sabbioso riescono ad evitare che questo insetto possa attaccarle e la Sardegna vanta l’esempio del Carignano del Sulcis. Ancora oggi la  vite e il vino rappresentano buona parte dell’economia sarda e ne caratterizzano il panorama. Grazie a uomini coraggiosi, determinati e innamorati delle proprie produzioni si è passati dal produrre vino da taglio al produrre vere e proprie eccellenze territoriali e oggi la Sardegna può vantare la produzione di tante bottiglie di qualità che percorrono le strade del mondo facendo conoscere aromi e caratteristiche della terra sarda ben oltre i nostri confini.

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World Wine : Un mondo in divenire in cui wine bloggers e food bloggers influenzano la produzione e il consumo.

Il vino di un certo livello inizialmente era appannaggio delle case di una ristretta elitè e veniva acquistato in enoteca oppure era consumato in ristorante in occasioni particolari. Si trattava per lo più di etichette locali di qualità con prezzi non sempre accessibili. Con l’avvento delle grandi catene di supermercati anche l’ offerta e la domanda  nel settore vino sono mutate. Da una parte il vino di qualità è divenuto più accessibile in quanto ribassato per essere utilizzato come prodotto civetta dall’altra la possibilità di scelta per il consumatore si è ampliata per comprendere anche etichette  oltre il confine regionale. Sempre più consumatori hanno potuto acquistare vino di qualità da degustare nelle proprie case magari spingendo i padroni di casa a sperimentare nuove ricette degne di accompagnare quell’etichetta. Anche la nascita di nuove tipologie di locali come, ad esempio, i wine- bar ha reso possibile avere un accesso facilitato al buon vino. Questi locali, in genere, con atmosfera informale, possibilità di prendere un unico piatto o qualche “stuzzichino” per accompagnare un singolo calice hanno, in linea di massima, prezzi più contenuti rispetto ai veri e propri ristoranti. In pochissimo tempo la globalizzazione ha però creato una situazione di eccesso di offerta e ha obbligato il consumatore a destreggiarsi giorno dopo giorno nelle scelte e priorità di acquisto. Si è passati da un consumatore per così dire razionale ad un consumatore mosso da un desiderio di leopardiana memoria. Non si compra più per bisogno ma per desiderio. La pubblicità, dunque, è stata orientata nel senso di creare desideri nelle persone. Ciò che si vende però non è più un prodotto bensì uno stile di vita. L’uomo della “società liquida” come la chiama Baumann è un uomo alla ricerca di se stesso,lo sgretolamento dei valori, della morale e delle certezze lavorative ha fatto di lui, come ho già avuto modo di accennare in passato, un uomo alla costante ricerca dell’autodefinizione: Autodefinizione che ricerca anche all’atto di acquisto. Compra per definire la sua personalità facendo spesso anche scelte contraddittorie e fuori dalla logica qualità-prezzo. A tal proposito nel campo del vino esempio limpido di questo meccanismo è quello del californiano zinfandel che è diventato grazie ad una sapiente azione di marketing espressione di un modo d’essere e di pensare prima ancora che un prodotto vino. Ciò che viene venduto è un messaggio culturale e emozionale legato addirittura ad un proprio festival….in realtà si vende una vera e propria esperienza! Questo tipo di marketing è detto appunto esperienziale! Oggi, in realtà, la pubblicità ed il messaggio sembra essere, inoltre, rivolto soprattutto alla donne. Sarà perchè spesso sono queste ultime a provvedere al rito della spesa e ad effettuare, dunque, le scelte di consumo nei supermercati ove ora vi sono tante etichette provenienti da varie parti del mondo ma anche e sicuramente perchè l’emancipazione ha portato a ridefinire i ruoli e non sono più soltanto gli uomini a scegliere e ordinare il vino. A riprova di ciò oggi, infatti, esistono molte associazioni di degustazione di vini, grappe e distillati interamente rivolte ad un pubblico femminile. Lupus in fabula proprio oggi alla televisione ho sentito parlare dell’associazione ” Donne della grappa”! Un’ulteriore passo avanti però è stato compiuto con l’avvento di internet. Il consumatore diventa maggiormente accorto, non si fa più inculcare passivamente desideri ma inizia a desiderare e ad influenzare con il suo desiderio la produzione. Si passa dunque da un sistema in cui le aziende producono e poi cercano di inculcare il desiderio di quanto prodotto nel consumatore ad una situazione in cui il consumatore con i suoi desideri palesati grazie alla rete influenza le scelte di produzione e assume ruolo attivo nelle scelte produttive aziendali. In un sistema del genere si creano veri e propri fans dei prodotti più o meno fedeli al marchio che formeranno lo zoccolo duro di acquirenti di un determinato prodotto e i bloggers diventano quasi degli opinion leader, a cui è possibile influenzare le scelte di consumo di coloro che li leggono a prescindere dalla loro preparazione e dalla veridicità delle loro asserzioni. Molte aziende ormai l’hanno capito e contattano i blogger per testare i propri prodotti di bellezza, i propri robot da cucina e ogni genere di prodotto in vendita sul mercato e ciò non pare differente nel settore del food e del beverage. La migior pubblicità di sempre ovvero Il buon vecchio passaparola assume in rete dimensioni gigantesche  e sono queste porzioni di acquirenti che prendendo posizione in relazione ad un prodotto che ne orientano consumo e produzione. I blog e i social network diventano luoghi di aggregazione di desideri, opinioni e orientamenti che diventano patrimonio inestimabile per le scelte produttive delle aziende e ancor più utili per le piccole aziende locali che tramite il web possono acquisire dei buoni livelli di visibilità sfruttando il valore della territorialità in modo da tendere al cosiddetto “glocal” ovvero al pensare globale ed agire locale. Sarebbe auspicabile, dunque, che queste ultime siano informate riguardo a questi meccanismi e che i blogger scrivano sempre in maniera “eticamente corretta”.

Mercato del Vino

Il vino, prodotto sin dai tempi più antichi, carico di contenuti  intrinseci ed estrinseci  oggi è un vero e proprio prodotto commerciale internazionale.  Senza nemmeno bisogno di viaggiare ma in semplicità dalla poltrona di casa nostra ci è spesso capitato di vedere, ad esempio, un film americano e di  rendersi conto di come il vino sia entrato nelle case di molti in tutto il mondo! La  scena più ricorrente  è quella in cui  la protagonista del film o la semplice ” prossima vittima” torna a casa e completamente a digiuno dopo ore ed ore di lavoro si toglie il tacco 12 e si versa un generosissimo calice di vino rosso! O ancora ci è capitato di seguire in un film le vicende di qualche personaggio che decide di lasciare il proprio lavoro per dedicarsi alla vitivinicoltura in California o in un qualsiasi altro posto! Il Vino, dunque,ha varcato le frontiere sia per quanto riguarda il consumo sia oramai anche per quanto concerne la produzione. Sono finiti i tempi in cui il vecchio mondo del Vino  costituito dai paesi facenti parte dell’Unione Europea,non aveva competitors nel resto del mondo. Affianco al “vecchio mondo del vino” abbiamo oggi un nuovo mondo del vino composto da Stati Uniti, Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Cile e sud Africa. In Europa  abbiamo ancora grandi numeri per quanto concerne le esportazioni  da parte di Italia, Francia e Spagna anche se a dire il vero  le esportazioni  nell’ultimo periodo stanno crescendo, in maniere preoccupante, per noi, anche nei paesi del nuovo mondo del  Vino. Per quanto concerne invece il dato relativo a chi acquista il nostro e l’altrui vino vediamo in testa l’Inghilterra seguita da Germania e Stati Uniti. La Francia ,invece, acquista solo vini da taglio per la propria produzione. In realtà dividere il mercato del Vino in vecchio e nuovo mondo del Vino è  ormai piuttosto anacronistico. Oggi, infatti, parte del mondo del vino è in mano a multinazionali delle bevande alcooliche o a imprese sostenute finanziariamente da capitali esterni al settore. Queste grandi imprese hanno stili manageriali assai diversi da quelli dei piccoli vitivinicoltori e diverse strategie di marketing.Tutto ciò complica molto il panorama del mercato del Vino. Basti pensare a cosa succederebbe se, ad esempio,  una multinazionale delle bevande con i suoi potenti mezzi di marketing decidesse di puntare sul prodotto birra piuttosto che sul vino e investire molti capitali nella promozione di questo prodotto a discapito del Vino.Quali le ricadute per l’intero settore? Quanto le scelte di questi “colossi”condizionerebbero, dunque, l’intero settore pregiudicando o aiutando gli interessi dei piccoli produttori? Da quanto detto si evince che oggi il Mercato del Vino non è più un mercato agricolo ma un segmento del mercato alimentare  assai competitivo e professionale. Queste grandi multinazionali potranno certamente puntare su economie di scala e offrire prodotti a basso costo rispetto a quelli dei piccoli produttori ma questi ultimi potranno, ad ogni modo, distinguersi  puntando sulla qualità. Le grandi imprese avranno, infatti, certamente successo sul segmento di mercato relativo al basic e popular premium ma i piccoli produttori  potranno e dovranno puntare sui propri plus dati  dalla qualità,dal rapporto con le proprie radici, col proprio territorio.   Potranno così trionfare sul mercato locale tramite la fiducia che lega produttore e consumatore. Questa relazione diretta potrà  svilupparsi anche nel settore dell’Enoturismo  tramite la possibilità di visitare le cantine o tramite la creazione e partecipazione ad eventi.