Castello nel cuore!

Il sole illumina la mia finestra e invita ad uscire per passeggiare a piedi, fare una bella colazione in una delle ricercate pasticcerie del centro e scoprire nuovi e remoti angolini della città.

Io accetto l’invito, mi metto jeans e scarpe comode, un giubbottino sportivo e sono subito pronta per affrontare il nuovo e l’imprevisto.

So già dove recarmi! Mi succede sempre così nei miei giorni liberi: mi sveglio e se vedo che è una bella giornata mi viene subito alla mente l’immagine del posto in cui vorrei andare.

Stavolta desidero passeggiare nel quartiere più antico di Cagliari per godere  appieno di questo splendido sole facendo colazione sui bastioni mentre contemplo dall’alto la città che si adagia sul mare e l’azzurro del cielo che si fonde in lontananza col blu delle  acque  più profonde.

Castello è il quartiere storico più antico di Cagliari  il  cui nome inganna spesso i viaggiatori in visita da noi che, dopo aver letto le indicazioni stradali, si mettono alla ricerca “spasmodica” di un vero e proprio Castello che non c’è.

Lawrence in mare e Sardegna nel 1921 descriverà così questo quartiere: “ la sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi  bastioni di bella arenaria giallastra a nido d’ape.

Il muro di cinta sale su con un ‘ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso”.

Castellum Castri de Kallari è, infatti, un vero e proprio quartiere che rappresenta  la matrice storica e urbanistica della Cagliari odierna che viene infatti chiamata “Casteddu” dai Cagliaritani.

I Cagliaritani amano Castello come radice identitaria  anche se, pensandoci bene, si tratta di un quartiere fortificato fondato dai Pisani che qualche anno dopo, nel 1258, avrebbero distrutto Santa Igia  la nostra capitale giudicale radendo al suolo una parte importante della nostra storia.

I pisani con l’aiuto del papato e del clero sardo si insediarono su questo colle nel 1216 e vi costruirono  mura verticali e torri per difendere il loro insediamento da armi rudimentali come archi, balestre e catapulte. All’interno delle mura vi era custodito il centro del potere composto di sedi istituzionali, religiose e militari. L’istituzione governativa si dotò anche di un proprio statuto denominato : “ breve Castelli Castri de Callari” per regolamentare la vita all’interno delle fortificazioni e di un “ breve portus kallerani” per regolamentare i rapporti commerciali con ciò che rimaneva fuori dalle mura.

All’interno delle mura la vita era molto movimentata  si trattava di un luogo preposto al potere con la cattedrale  che ormai aveva sostituito  quella della distrutta Santa Igia , il palazzo comunale  e tutto il resto… Tre torri di avvistamento sorvegliavano dall’alto gli accessi e le mura: la torre di San pancrazio, la torre dell’elefante e la torre dell’aquila più correttamente detta torre del leone che verrà completata ad opera dei catalano -aragonesi. Questo sistema di torri era, inoltre, completato da torri minori di forma circolare come la torre passarina, la tedeschina e poi una terza torre posta nella parte posteriore della chiesa di Santa Lucia.

Oggi guardo Castello e penso alle sue viuzze spazzate dal vento e ricche di botteghe, alla maestosità delle sue costruzioni e alla storia che vi si è susseguita ma che è rimasta spesso dimenticata fra le pieghe della storia e dell’incuria.

Gli stili e la storia si sovrappongono su questo colle..come strati di roccia sedimentaria che si fondono nel tempo e diventano una cosa sola.

I  Catalano-aragonesi,ad esempio,  allorquando presero il potere, dopo aver cacciato i pisani da castello e spinto molti di essi a trasferirsi nel quartiere della Marina (dove ancora  oggi esiste via dei Pisani) terminarono e rinforzano il sistema difensivo pisano, trasformarono e plasmarono l’esistente costruendo ad esempio una cappella in stile aragonese detta  oggi  della Sacra Spina all’interno del duomo. Durante questo periodo avremo, nel 1355, la convocazione del primo parlamento del regno di sardegna e corsica e verrà istituita la carica del vicerè che avrà sede proprio a castello.

Anche gli spagnoli  trasformeranno Castello adeguandone il sistema difensivo alle nuove e sopravvenute esigenze di difesa date dall’avvento delle armi da fuoco.

Le mura verticali si trasformeranno in pareti oblique e più ripide e nasceranno i bastioni e i rivellini.

In un locale appositamente attrezzato di castello sorgerà ad opera del canonico Nicolò Cannelles la prima tipografia della Sardegna  e verrà creato, per volere dell’arcivescovo Francisco d’Eschivel, il santuario dei martiri scavando sotto la cattedrale per custodirvi i corpi dei martiri cristiani ritrovati nella diocesi che fruttarono a Cagliari la vittoria su Sassari.

Al sovrano Filippo III di Spagna si dovrà la fondazione dell’università.

Durante questo periodo spagnolo la parte alta della città, il castello appunto, era soggetta a coprifuoco e i sardi venivano cacciati dal castello alle ore 20:00 “a son’e corru” ovvero a suon del corno. I sardi che  non rispettavano questa legge venivano scaraventati  dagli spagnoli fuori dalle mura sulle rocce sottostanti.

Seguirà un periodo Piemontese a partire dal 1718 e poi le guerre e tutto ciò ci restituirà Castello ancora una volta modificato dalla storia e dal tempo.

Oggi lo percorro silenziosa e assorta in questa splendida mattina di sole che illumina i colori della nostra amata pietra calcarea.

Annunci

Colazione a Castello in Piazza Carlo Alberto.

Lontano dalla routine con i suoi ritmi serrati, lontano dai doveri, dalla crisi e dalle frustrazioni dei musi lunghi, in cerca di lentezza, emozioni e sensazioni varco la porta del quartiere Castello di Cagliari e decido di viverne la magia. Focalizzo il mio pensiero in un’altra dimensione e quasi riesco a vedere nella mia immaginazione le carrozze con i cavalli, le donne a passeggio con i loro abiti eleganti e i loro gioielli sfarzosi, le botteghe degli artigiani, la luce e le ombre che disegnano i profili dei palazzi, sento il vento che corre freddo lungo le strette stradine portando con se gli odori della strada,vedo le giovinette del collegio in fila per due, sento le campane delle chiese. È mattina a Castello e i turisti forse sono ancora addormentati, stanchi della lunga giornata trascorsa il giorno prima ed io gioco alla macchina del tempo.  Non esiste posto più adatto di Castello per questo mio gioco. Qui si assiste alla sovrapposizione di diverse dominazioni succedutesi nel corso dei secoli e  le vestigia di questo passato sono ancora oggi percepibili. Il  ritrovato buon umore mi fa venire voglia di fare una dolce colazione. Ci sono tanti localini a castello in cui potersi sedere ed ammirare il panorama ma decido di fermarmi nel cuore pulsante del quartiere ovvero in Piazza Carlo Alberto. La “ plazuela”, come si chiamava ai tempi della dominazione Spagnola è una piccola piazzetta  di forma quadrangolare, situata in posizione baricentrica, congegnata come luogo di luce e di aggregazione in un quartiere composto da un dedalo di stette viuzze percorse dal vento. La piazza è costeggiata dall’odierna via Lamarmora che anticamente portava il nome di via dritta in cui vi erano le botteghe degli artigiani che durante il giorno lavoravano a Castello e al suon del corno dovevano abbandonarne le mura per tornare alle proprie abitazioni.  Ecco perché in Sardegna quando qualcuno non è stato troppo ospitale e ha accompagnato l’invitato alla porta con troppa impazienza si dice: “Ci d’anti bogau a’ son’e corru” letteralmente traducibile come: “l’hanno cacciato via al suono del corno”. Sul Versante opposto, separata da una gradinata vi è via Cannelles che apre lo sguardo  alla  visione della Cattedrale e dell’antico palazzo di città.

IMG_1424 Mentre sono seduta al bar di Palazzo Barrago, che ha le poltroncine all’esterno e mi sto gustando la colazione che preferisco, ovvero cappuccino e croissant alla crema, vedo che su un lato della piazza vi è collocata una lastra marmorea con un’iscrizione. Mai e poi mai la mia curiosità potrebbe portarmi lontano da un croassant caldo, dunque decido di tornare al 2015 e controllare le informazioni in internet con il cellulare. Leggo così che la lastra è opera dello scultore Scipione Aprile e riporta lo stemma cittadino e un’iscrizione che ricorda  la costruzione di una fontana nella piazza e  che reca la data 1603. Da dove mi trovo non scorgo nessuna fontanella, dunque, penso che sia stata rimossa e finisco il mio croissant lentamente gustando ogni boccone e pensando a che giro fare in seguito per fare qualche foto per il blog. Inizio col fotografare la piazza e ad un certo punto finalmente dietro un vetro sporco, in una nicchia ricavata sotto la gradinata che porta a via Cannelles scorgo finalmente l’antica fontanella! Messa in questo punto, dietro questo vetro sporco è anche difficile da fotografare e ciò in un primo momento mi crea indignazione. Com’è possibile che sia rinchiusa qui dentro questo anfratto dimenticato dal mondo una fontanella che rappresenta una parte importante del passato di questa piazza? Poi però mi sento un po’ come una bambina che ha trovato una mappa dei pirati, un tesoro, cinque euro che non ricordavo di avere in una tasca…e subito mi torna il buon umore! Mi guardo attorno e purtroppo il passato di questi luoghi smette di essere tranquillizzante e piacevole. Vedo la gradinata del portico Vivaldi-Pasqua ormai scoperchiata dai bombardamenti del ’43, il palazzo Falqui–Pes ancora distrutto e penso alla guerra e a quando  nel periodo della  seconda guerra Mondiale le cavità sotterranee presenti nel sottosuolo venivano utilizzate come rifugi antiaerei durante i bombardamenti del 17, 26 e 28 febbraio 1943.

IMG_1417 Pochi sanno, infatti, che questa piazza si estende  dal cielo agli inferi e che, in questa zona, sotto la pavimentazione sono presenti alcune cavità, grotte, cunicoli e gallerie, scavate nella pietra la cui entrata era posta sotto le scalette di piazza Carlo Alberto. I giornali in periodo di guerra riportavano le informazioni sulle varie tipologie di rifugio e su come comportarsi durante la permanenza. Si diceva che sarebbe stato necessario vestirsi in maniera adeguata per far fronte al freddo sotterraneo, utilizzare lastre di sughero o isolanti affini per non avere contatto diretto con il pavimento e si pubblicava un elenco dei rifugi più capienti in modo da renderne nota la possibilità di fruizione. Questi rifugi si rivelarono davvero poco confortevoli. Erano freddi, sporchi e privi di corrente e di servizi igienici e presto i sardi si trovano a convivere in spazi angusti mutando così l’individualismo in cooperazione e condivisione. Scaccio dalla mente questi tristi pensieri e torno al presente, e ai graziosi negozietti che oggi ospita il settecentesco “Palazzo Asquer”.

IMG_1431 IMG_1427 Non resisto ad “un’ incursione” nel negozietto vintage e nella bottega di tipicità territoriali e all’uscita i turisti sono arrivati, la piazza è allegra e assolata, si sentono risate, il vociare di bambini, le guide turistiche che in tante lingue raccontano la storia di questi luoghi, rumori di tazzine del bar e formaggiai che vendono in piazza le proprie delizie. Una guida turistica non lontano da me racconta che in Epoca Spagnola “ la Plazuela” era  tristemente nota poiché nella sua posizione baricentrica era la più adatta ad ospitare il triste spettacolo pubblico delle decapitazioni nobiliari. La pena capitale era irrogata in pubblico come ulteriore scherno al colpevole e come monito agli astanti.  Non si sofferma e subito dopo parla di Carlo Alberto a cui la piazza è dedicata.

IMG_1420 Oltre la coltre festante di persone, oltre il vociare e il rumore delle auto che passano nelle vie laterali scorgo silenzioso al centro della piazza il patrono d’Italia San Francesco e mi stupisco a pensare che questa statua, posta nella piazza nel 1926, è rimasta indenne ai bombardamenti del ‘43 mentre intorno alla piazza crollavano portici e palazzi, la statua  con la sua bronzea presenza  rimaneva  ammutolita e in piedi fra il boato delle bombe quasi a dire che anche se c’è guerra l’amore trionfa… l’amore resta! Così oggi con questo messaggio nel cuore torno a casa serena pensando che tutto passa ma l’importante rimane.