Castello nel cuore!

Il sole illumina la mia finestra e invita ad uscire per passeggiare a piedi, fare una bella colazione in una delle ricercate pasticcerie del centro e scoprire nuovi e remoti angolini della città.

Io accetto l’invito, mi metto jeans e scarpe comode, un giubbottino sportivo e sono subito pronta per affrontare il nuovo e l’imprevisto.

So già dove recarmi! Mi succede sempre così nei miei giorni liberi: mi sveglio e se vedo che è una bella giornata mi viene subito alla mente l’immagine del posto in cui vorrei andare.

Stavolta desidero passeggiare nel quartiere più antico di Cagliari per godere  appieno di questo splendido sole facendo colazione sui bastioni mentre contemplo dall’alto la città che si adagia sul mare e l’azzurro del cielo che si fonde in lontananza col blu delle  acque  più profonde.

Castello è il quartiere storico più antico di Cagliari  il  cui nome inganna spesso i viaggiatori in visita da noi che, dopo aver letto le indicazioni stradali, si mettono alla ricerca “spasmodica” di un vero e proprio Castello che non c’è.

Lawrence in mare e Sardegna nel 1921 descriverà così questo quartiere: “ la sommità di Cagliari è la fortezza: la vecchia porta, i vecchi  bastioni di bella arenaria giallastra a nido d’ape.

Il muro di cinta sale su con un ‘ampia curvatura, spagnolo, splendido e vertiginoso”.

Castellum Castri de Kallari è, infatti, un vero e proprio quartiere che rappresenta  la matrice storica e urbanistica della Cagliari odierna che viene infatti chiamata “Casteddu” dai Cagliaritani.

I Cagliaritani amano Castello come radice identitaria  anche se, pensandoci bene, si tratta di un quartiere fortificato fondato dai Pisani che qualche anno dopo, nel 1258, avrebbero distrutto Santa Igia  la nostra capitale giudicale radendo al suolo una parte importante della nostra storia.

I pisani con l’aiuto del papato e del clero sardo si insediarono su questo colle nel 1216 e vi costruirono  mura verticali e torri per difendere il loro insediamento da armi rudimentali come archi, balestre e catapulte. All’interno delle mura vi era custodito il centro del potere composto di sedi istituzionali, religiose e militari. L’istituzione governativa si dotò anche di un proprio statuto denominato : “ breve Castelli Castri de Callari” per regolamentare la vita all’interno delle fortificazioni e di un “ breve portus kallerani” per regolamentare i rapporti commerciali con ciò che rimaneva fuori dalle mura.

All’interno delle mura la vita era molto movimentata  si trattava di un luogo preposto al potere con la cattedrale  che ormai aveva sostituito  quella della distrutta Santa Igia , il palazzo comunale  e tutto il resto… Tre torri di avvistamento sorvegliavano dall’alto gli accessi e le mura: la torre di San pancrazio, la torre dell’elefante e la torre dell’aquila più correttamente detta torre del leone che verrà completata ad opera dei catalano -aragonesi. Questo sistema di torri era, inoltre, completato da torri minori di forma circolare come la torre passarina, la tedeschina e poi una terza torre posta nella parte posteriore della chiesa di Santa Lucia.

Oggi guardo Castello e penso alle sue viuzze spazzate dal vento e ricche di botteghe, alla maestosità delle sue costruzioni e alla storia che vi si è susseguita ma che è rimasta spesso dimenticata fra le pieghe della storia e dell’incuria.

Gli stili e la storia si sovrappongono su questo colle..come strati di roccia sedimentaria che si fondono nel tempo e diventano una cosa sola.

I  Catalano-aragonesi,ad esempio,  allorquando presero il potere, dopo aver cacciato i pisani da castello e spinto molti di essi a trasferirsi nel quartiere della Marina (dove ancora  oggi esiste via dei Pisani) terminarono e rinforzano il sistema difensivo pisano, trasformarono e plasmarono l’esistente costruendo ad esempio una cappella in stile aragonese detta  oggi  della Sacra Spina all’interno del duomo. Durante questo periodo avremo, nel 1355, la convocazione del primo parlamento del regno di sardegna e corsica e verrà istituita la carica del vicerè che avrà sede proprio a castello.

Anche gli spagnoli  trasformeranno Castello adeguandone il sistema difensivo alle nuove e sopravvenute esigenze di difesa date dall’avvento delle armi da fuoco.

Le mura verticali si trasformeranno in pareti oblique e più ripide e nasceranno i bastioni e i rivellini.

In un locale appositamente attrezzato di castello sorgerà ad opera del canonico Nicolò Cannelles la prima tipografia della Sardegna  e verrà creato, per volere dell’arcivescovo Francisco d’Eschivel, il santuario dei martiri scavando sotto la cattedrale per custodirvi i corpi dei martiri cristiani ritrovati nella diocesi che fruttarono a Cagliari la vittoria su Sassari.

Al sovrano Filippo III di Spagna si dovrà la fondazione dell’università.

Durante questo periodo spagnolo la parte alta della città, il castello appunto, era soggetta a coprifuoco e i sardi venivano cacciati dal castello alle ore 20:00 “a son’e corru” ovvero a suon del corno. I sardi che  non rispettavano questa legge venivano scaraventati  dagli spagnoli fuori dalle mura sulle rocce sottostanti.

Seguirà un periodo Piemontese a partire dal 1718 e poi le guerre e tutto ciò ci restituirà Castello ancora una volta modificato dalla storia e dal tempo.

Oggi lo percorro silenziosa e assorta in questa splendida mattina di sole che illumina i colori della nostra amata pietra calcarea.

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Il Paradiso dei Fenicotteri Rosa

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Non lontano dall’agglomerato urbano e quasi imprigionato e circondato dal suo tempo, dalle sue dinamiche e dal suo spazio vi è un altro tempo e un altro spazio che cerca di imporsi. Vi è un parco naturale che comprende spazi verdi, una laguna percorsa da strisce di sabbia e le saline. Un luogo dove tutto rallenta, dove la vista spazia e si inizia a guardare piuttosto che a vedere, dove la natura è ancora la padrona di casa incontrastata con le sue leggi sagge e i suoi sapienti riti, dove si assiste ancora ai cerimoniali di corteggiamento e accoppiamento degli uccelli, alle guerre in difesa dei piccoli, alla romantica e partecipata costruzione del nido, alla lunga e paziente ricerca di cibo da parte delle diverse specie, dove le canne, i giunchi e le tife nascondono segreti. Una zona umida abitata da ben 180 specie di uccelli fra cui: Falchi di palude, fenicotteri, cavalieri d’Italia, alzavole, cormorani, polli sultani, garzette, fratini, aironi, moriglioni, volpoche, folaghe , avocette e tanti altri ancora.

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Questo luogo ha un nome antico ed evocativo: “Parco di Molentargius” e prende il nome dall’ omonimo stagno letteralmente traducibile come: “Stagno di proprietà dei giudatori d’asini”. Gli asini, infatti, cosiddetti “molenti” per lungo tempo ne hanno caratterizzato gli scenari in quanto impiegati nella raccolta del sale.

Molentargis rappresentò, per lungo tempo, il centro dell’economia cittadina. Fin dall’ antichità  le saline costituirono l’oro bianco cittadino. Il sale serviva per dare sapore a tutti i cibi ed era anche un ottimo conservante e la sua iniziale rarità gli conferiva alto valore di mercato. Anche i Pisani allorquando distrussero  l’antica città di Santa Igia e costruirono il “Castello” si preoccuparono subito di sottrarre le Saline ai Vittorini di Marsiglia perché il sale era ricchezza, era una risorsa preziosa, rappresentava un bene di lusso da commerciare con l’esterno.

Come spesso capita, purtroppo, le piramidi di sale erano risorsa e ricchezza per pochi e sangue e fatica di molti. Gli abitanti di Quartu, Quartucciu, Selargius, Monserrato e Pirri furono obbligati per lungo tempo, a tralasciare la mietitura dei loro terreni e a recarsi al lavoro in salina. Il 1767 vede per la prima volta impiegati  insieme ai contadini, in questa operazione fra zanzare, malaria e fame, i carcerati piemontesi che eseguivano qui le loro lunghe ed estenuanti ore di lavoro forzato e vede il loro primo tentativo di fuga dalla casa delle Salinette. Le orme di questo passato con i piedi nel sale, sono ancora vive e presenti nella memoria popolare di questi luoghi ma sono oggi confortate dallo splendido scenario naturale che si apre alla vista: Un paradiso che esplode in mezzo al cemento! 602

Ed oggi sono qui, con la mia reflex e una maglietta verde nell’intento di mimetizzarmi con l’ambiente e regalarvi qualche scatto anche senza l’obiettivo giusto!  Non mi sono addentrata nel parco, con i suoi percorsi guidati e le sue passeggiate a piedi, in bici o in battello, bensì ho optato per una passeggiata a pochi passi da casa per vedere i fenicotteri rosa…è sorprendente notare come si siano abituati a muoversi anche in ambito cittadino evitando pali della luce durante il volo e non facendosi spaventare dalle macchine che corrono veloci mentre loro pescano con il becco ricurvo sotto la superficie dell’acqua e ancora più giù, incuranti dei rumori provenienti dalla strada!

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Vederli così fuori contesto colpisce subito l’osservatore! È davvero un singolare spettacolo! I fenicotteri rosa sono ormai diventati uno dei simboli della Sardegna e i sardi li chiamano in vari modi di cui il più noto è l’oristanese: “genti arrubia” che significa gente rossa.

Questo nome si riferisce ovviamente al colore assunto dal piumaggio e ricorda anche l’origine del nome straniero flamingo o della stessa parola fenicottero che significa “dalle ali rosse” e deriva  a sua volta dalla parola greca: “Phoinikòpteros”.

A Cagliari, invece il fenicottero viene detto: “Mangoni” ovvero “ Zappatore” e si riferisce al modo utilizzato da questo uccello per procacciarsi il cibo ovvero trivellando e setacciando il fango con il suo becco appuntito alla ricerca per lo più di piccoli molluschi e piccoli crostacei. Un piccolo crostaceo di cui sono ghiotti è l’artemia salina, ricco di pigmento rosso che gli conferisce la colorazione caratteristica.

Dal punto in cui mi trovo posso scorgere tante diverse sfumature che affiorano dall’acqua che vanno dal bruno al bianco, dal bianco al rosa e dal rosa al rosso! Davvero uno spettacolo!114

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Li guardo affascinata come l’uomo del quadro di Caspar David Friedrich “ Viandante su mare di nebbia” che viene catturato dalla natura in uno stato assorto e contemplativo e mi soffermo a pensare al loro spirito avventuroso e da viaggiatori!

Ho letto da qualche parte che partono dalla Camargue in Francia diretti verso il nord- Africa e che fanno tappa qui da noi in Sardegna sulle rotte che gli sono state tramandate e insegnate nelle loro prime esperienze di volo! L’esperienza ha insegnato loro ad evitare ostacoli pericolosi come pali e tralicci dell’alta tensione (che per fortuna sono stati eliminati nelle aree del parco), pericoli che si sono sostituiti a più antichi pericoli primo fra tutti la caccia che era assai frequente ai tempi degli antichi romani che si dice fossero ghiotti delle loro carni e delle loro lingue che accompagnavano con salse speziate. L’imperatore conosciuto come Eliogabalo, ad esempio, aveva addirittura allestito un corpo di caccia specializzato!

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Tanto tempo fa era possibile vederli volare in stormo anche lontano dalle zone umide sopra il centro storico cittadino. Il Generale Alberto Lamarmora ebbe, ad esempio, occasione durante una passeggiata al bastione di vederli volare nel cielo cittadino e li definì: “Una piccola Armata in ordine di battaglia”. Anche l’opera di Grazia Deledda parla dei fenicotteri come prerogativa dei cieli cagliaritani. Un suo personaggio in visita a Cagliari li descriverà come: “Uccelli mai veduti, con le ali iridate, si sollevano dallo stagno, come sgorgassero dall’acqua, e disegnarono sul cielo una specie di arcobaleno: forse un miraggio… a lei parve lieto auspicio“.

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Colazione a Castello in Piazza Carlo Alberto.

Lontano dalla routine con i suoi ritmi serrati, lontano dai doveri, dalla crisi e dalle frustrazioni dei musi lunghi, in cerca di lentezza, emozioni e sensazioni varco la porta del quartiere Castello di Cagliari e decido di viverne la magia. Focalizzo il mio pensiero in un’altra dimensione e quasi riesco a vedere nella mia immaginazione le carrozze con i cavalli, le donne a passeggio con i loro abiti eleganti e i loro gioielli sfarzosi, le botteghe degli artigiani, la luce e le ombre che disegnano i profili dei palazzi, sento il vento che corre freddo lungo le strette stradine portando con se gli odori della strada,vedo le giovinette del collegio in fila per due, sento le campane delle chiese. È mattina a Castello e i turisti forse sono ancora addormentati, stanchi della lunga giornata trascorsa il giorno prima ed io gioco alla macchina del tempo.  Non esiste posto più adatto di Castello per questo mio gioco. Qui si assiste alla sovrapposizione di diverse dominazioni succedutesi nel corso dei secoli e  le vestigia di questo passato sono ancora oggi percepibili. Il  ritrovato buon umore mi fa venire voglia di fare una dolce colazione. Ci sono tanti localini a castello in cui potersi sedere ed ammirare il panorama ma decido di fermarmi nel cuore pulsante del quartiere ovvero in Piazza Carlo Alberto. La “ plazuela”, come si chiamava ai tempi della dominazione Spagnola è una piccola piazzetta  di forma quadrangolare, situata in posizione baricentrica, congegnata come luogo di luce e di aggregazione in un quartiere composto da un dedalo di stette viuzze percorse dal vento. La piazza è costeggiata dall’odierna via Lamarmora che anticamente portava il nome di via dritta in cui vi erano le botteghe degli artigiani che durante il giorno lavoravano a Castello e al suon del corno dovevano abbandonarne le mura per tornare alle proprie abitazioni.  Ecco perché in Sardegna quando qualcuno non è stato troppo ospitale e ha accompagnato l’invitato alla porta con troppa impazienza si dice: “Ci d’anti bogau a’ son’e corru” letteralmente traducibile come: “l’hanno cacciato via al suono del corno”. Sul Versante opposto, separata da una gradinata vi è via Cannelles che apre lo sguardo  alla  visione della Cattedrale e dell’antico palazzo di città.

IMG_1424 Mentre sono seduta al bar di Palazzo Barrago, che ha le poltroncine all’esterno e mi sto gustando la colazione che preferisco, ovvero cappuccino e croissant alla crema, vedo che su un lato della piazza vi è collocata una lastra marmorea con un’iscrizione. Mai e poi mai la mia curiosità potrebbe portarmi lontano da un croassant caldo, dunque decido di tornare al 2015 e controllare le informazioni in internet con il cellulare. Leggo così che la lastra è opera dello scultore Scipione Aprile e riporta lo stemma cittadino e un’iscrizione che ricorda  la costruzione di una fontana nella piazza e  che reca la data 1603. Da dove mi trovo non scorgo nessuna fontanella, dunque, penso che sia stata rimossa e finisco il mio croissant lentamente gustando ogni boccone e pensando a che giro fare in seguito per fare qualche foto per il blog. Inizio col fotografare la piazza e ad un certo punto finalmente dietro un vetro sporco, in una nicchia ricavata sotto la gradinata che porta a via Cannelles scorgo finalmente l’antica fontanella! Messa in questo punto, dietro questo vetro sporco è anche difficile da fotografare e ciò in un primo momento mi crea indignazione. Com’è possibile che sia rinchiusa qui dentro questo anfratto dimenticato dal mondo una fontanella che rappresenta una parte importante del passato di questa piazza? Poi però mi sento un po’ come una bambina che ha trovato una mappa dei pirati, un tesoro, cinque euro che non ricordavo di avere in una tasca…e subito mi torna il buon umore! Mi guardo attorno e purtroppo il passato di questi luoghi smette di essere tranquillizzante e piacevole. Vedo la gradinata del portico Vivaldi-Pasqua ormai scoperchiata dai bombardamenti del ’43, il palazzo Falqui–Pes ancora distrutto e penso alla guerra e a quando  nel periodo della  seconda guerra Mondiale le cavità sotterranee presenti nel sottosuolo venivano utilizzate come rifugi antiaerei durante i bombardamenti del 17, 26 e 28 febbraio 1943.

IMG_1417 Pochi sanno, infatti, che questa piazza si estende  dal cielo agli inferi e che, in questa zona, sotto la pavimentazione sono presenti alcune cavità, grotte, cunicoli e gallerie, scavate nella pietra la cui entrata era posta sotto le scalette di piazza Carlo Alberto. I giornali in periodo di guerra riportavano le informazioni sulle varie tipologie di rifugio e su come comportarsi durante la permanenza. Si diceva che sarebbe stato necessario vestirsi in maniera adeguata per far fronte al freddo sotterraneo, utilizzare lastre di sughero o isolanti affini per non avere contatto diretto con il pavimento e si pubblicava un elenco dei rifugi più capienti in modo da renderne nota la possibilità di fruizione. Questi rifugi si rivelarono davvero poco confortevoli. Erano freddi, sporchi e privi di corrente e di servizi igienici e presto i sardi si trovano a convivere in spazi angusti mutando così l’individualismo in cooperazione e condivisione. Scaccio dalla mente questi tristi pensieri e torno al presente, e ai graziosi negozietti che oggi ospita il settecentesco “Palazzo Asquer”.

IMG_1431 IMG_1427 Non resisto ad “un’ incursione” nel negozietto vintage e nella bottega di tipicità territoriali e all’uscita i turisti sono arrivati, la piazza è allegra e assolata, si sentono risate, il vociare di bambini, le guide turistiche che in tante lingue raccontano la storia di questi luoghi, rumori di tazzine del bar e formaggiai che vendono in piazza le proprie delizie. Una guida turistica non lontano da me racconta che in Epoca Spagnola “ la Plazuela” era  tristemente nota poiché nella sua posizione baricentrica era la più adatta ad ospitare il triste spettacolo pubblico delle decapitazioni nobiliari. La pena capitale era irrogata in pubblico come ulteriore scherno al colpevole e come monito agli astanti.  Non si sofferma e subito dopo parla di Carlo Alberto a cui la piazza è dedicata.

IMG_1420 Oltre la coltre festante di persone, oltre il vociare e il rumore delle auto che passano nelle vie laterali scorgo silenzioso al centro della piazza il patrono d’Italia San Francesco e mi stupisco a pensare che questa statua, posta nella piazza nel 1926, è rimasta indenne ai bombardamenti del ‘43 mentre intorno alla piazza crollavano portici e palazzi, la statua  con la sua bronzea presenza  rimaneva  ammutolita e in piedi fra il boato delle bombe quasi a dire che anche se c’è guerra l’amore trionfa… l’amore resta! Così oggi con questo messaggio nel cuore torno a casa serena pensando che tutto passa ma l’importante rimane.                

Un’ assolata giornata alla “Sella del Diavolo”

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In territorio di Sant’Elia, quartiere conosciuto per la storica presenza dello Stadio di calcio, si erge un promontorio formato da rocce sedimentarie ricche di fossili e  di vegetazione. La roccia  che  nella forma somiglia ad un’enorme sella crea uno scenario affascinante e suggestivo che si può ammirare dalla spiaggia del Poetto o dal vicino porticciolo di Marina piccola.

Già da bambina questo spuntone roccioso mi veniva indicato come “ La Sella del Diavolo” e ammetto che questo nome un po’ mi spaventava.

Spesso, nelle serate estive, con i miei genitori e amici di famiglia ci si recava al porticciolo, in cerca di refrigerio e capitava che “ i Grandi” per riposare  dalla lunga passeggiata,si sedessero sui gradoni davanti alla banchina delle barche. Noi piccini nel frattempo, girati dalla parte opposta, fantasticavamo sulla “Sella” raccontandoci l’un l’altro “Storie di Paura”. La fantasia è fervida a quell’età e potevamo inventare  senza mai annoiarci per ore e ore…

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Oggi mi sono sentita un po’ bambina nel sentir raccontare una storia sulla Sella del diavolo. Non una storia qualunque ma la leggenda che si tramanda da lungo tempo.

Si narra, infatti, che Lucifero e la sua schiera di demoni rimasero talmente tanto affascinati dal golfo di Cagliari da volercisi stabilire.

Dio allora raccolse a difesa dello splendido golfo l’arcangelo Michele seguito da un esercito angelico e fu così  che il cielo cagliaritano fece da sfondo alla storica battaglia del bene contro il male. Inutile dirvi che come nelle migliori storie il bene trionfa! Lucifero viene disarcionato dal suo animale e la sua sella cade e si pietrifica nella zona meridionale Cagliaritana che oggi separa  la spiaggia del Poetto  da quella di Calamosca.

Ad ogni modo esistono due versioni di questa storia e nella seconda di queste, si narra che Dio aveva fatto dono agli angeli di un golfo bellissimo in cui le persone vivevano in pace e con amore. Il diavolo e suoi demoni si erano ingelositi e avevano iniziato una guerra nei cieli di Cagliari. Gli angeli ebbero la meglio e con onde altissime scagliarono Lucifero a terra che con l’impatto del suo corpo, cadendo a cavalcioni, diede la forma di sella a quella roccia.

Il famoso golfo oggetto di contese, invece, prese il nome dei vincitori che ancor oggi lo proteggono diventando così il “ Golfo degli Angeli”.

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Da Bambina, nonostante quel luogo mi incutesse paura, chiedevo sempre ai miei genitori o ai miei nonni di poterlo visitare. Lo guardavo dal Poetto o da Marina Piccola e cercavo di capire se ci si potesse avventurare fin lassù. Mi veniva sempre risposto: “  Non è possibile perché la Sella è zona militare”.

Ma se è vero che il versante nord, che guarda verso Marina Piccola ed il Poetto è zona Militare non è vero che la sella non sia accessibile dal lato di Calamosca! Così oggi in un’assolata mattina con jans e scarpe comode per la prima volta nella mia vita ho visitato “la sella!” L’ho fatto in compagnia delle mie compagne di corso ed è stata un esperienza davvero divertente e istruttiva oltre che stancante! Forse la stanchezza è derivata più dalla calda giornata che dal percorrere il sentiero che tutto sommato è agevole e non è poi tanto lungo! L’importante è avere scarpe comode e non con suola liscia perché la roccia, levigata dal tempo e dal passaggio, affiorante dal terreno potrebbe risultare un po’ scivolosa. Un’altro consiglio che mi sento di darvi, nel caso intendiate fare questa esperienza, è quello di portare con voi dell’acqua da bere perché, ovviamente, non vi sono punti di ristoro in questa natura affascinante e incontaminata! Troverete tanti bei localini molto panoramici che si specchiano sull’acqua solo prima di intraprendere il percorso o di ritorno dal percorso stesso. Il percorso che la nostra guida ha scelto per arrivare in cima è un percorso facile segnalato da cerchi verdi dipinti sulla pietra. Mi sono sentita un po’ come pollicino nel seguire tutti questi cerchietti immersa nei profumi della vegetazione mediterranea che si staglia rigogliosa su favolosi scenari marini. Ciò che ho apprezzato maggiormente è  il fatto che quella natura custodiva tesori, tesori lontani nel tempo, ognuno con la sua storia, il proprio modo di segnare il territorio trasformandolo, le sue tradizioni,le credenze e modi di vita che l’hanno plasmato. Sulla sommità, in un tempo ormai lontano, sorgeva il tempio di Astarte, dea Fenicia che rappresentava Venere , detta anche Ishtar coincidente anche, oltre che con altri nomi, con uno dei nomi di Lucifero.

Lucifero, infatti, è il nome che portava il diavolo prima di ribellarsi a Dio. In seguito diventerà  satana o diavolo ovvero avversario, colui che divide. Mentre ascoltavo la guida che narrava la storia del luogo mi  sono chiesta, se questo sito come tanti altri portasse i segni della Cristianizzazione che, come noto, cercava di debellare antichi culti pagani e se quindi  il nome: “Sella del diavolo” avesse  qualcosa a che fare con la presenza di questo tempio!  In seguito ho trovato le risposte che cercavo nelle parole della guida che ci ha raccontato che Il culto di Astarte prevedeva  la prostituzione di giovani donne con marinai di passaggio. Le giovanissime rimanevano nel tempio fino al primo incontro carnale e solo in seguito a questo congiungimento potevano essere liberate dalla schiavitù.

Con questo rito, quindi, veniva ossequiato  un idolo che per di più aveva anche un lato oscuro! Astarte era, infatti, Dea della guerra!della sessualità! Insomma per i Cristiani era l’immagine del peccato! Era il Male! Era il diavolo! Fiera delle mie intuizioni ho continuato la scoperta del territorio.

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In questo sito, vi è una cisterna punica molto profonda  e una cisterna romana a forma tronco- conica. Volevo sporgermi meglio per scattare la foto ma le profondità della terra mi fanno un po’ paura e inoltre avevo paura mi cadessero gli occhiali in quel buco profondo!

In questo posto silenziosissimo dove un insetto ronzante fa davvero rumore nell’XI secolo i Monaci Vittorini  costruirono un monastero e si occuparono dell’intero territorio circostante comprendente le saline, le aree dedicata alle colture e le peschiere. Quale posto migliore per un luogo di ritiro e preghiera? Anche i pisani lasciarono una loro impronta sul territorio costruendovi una torre detta “torre della Lanterna” oppure torre di Pouhet, ovvero pozzetto (data la prossimità con la cisterna Romana), dalla quale secondo alcuni deriverebbe il nome della vicina spiaggia del Poetto.

Gli Spagnoli nel XVI secolo vi costruirono una torre di avvistamento ma purtroppo oggi di questa torre non rimangono che poche pietre ammassate che fanno appena intuire che si tratti appunto di una torre. Durante il secondo conflitto mondiale furono realizzate alcune costruzioni utilizzando molto probabilmente materiali di spoglio provenienti dai resti di una chiesa dedicata a Sant’Elia. La zona di Sant’Elia, infatti, deve il suo nome  al fatto di essere stata,secondo una lunga tradizione, teatro del Martirio dell’omonimo Santo. Sant’Elia, durante le persecuzioni di Diocleziano,sarebbe stato ucciso proprio in questi luoghi.

Ho percorso la strada a ritroso abbastanza velocemente trascinata dall’unico desiderio di vincere la calura con un sorso di qualcosa di fresco da gustare nei localini sul mare e con la felicità della bambina di allora che ha scoperto “ la Sella” e i suoi segreti.

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Chiesa e chiostro di San Domenico e dintorni

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Ci sono luoghi che frequenti fin da bambino e sui quali non ti sei mai soffermato ad esprimere un giudizio perché la familiarità di quegli spazi ti ha privato del gusto della scoperta e l’esperienza ha preso il posto della prima impressione. A me è successo esattamente così per la cosiddetta” cripta di san Domenico. Sin da bambina ho avuto modo di frequentare la cripta in occasione dei concerti di mio zio Riccardo. La musica, gli strumenti, gli abiti eleganti, zio Riccardo che suona il piano o dirige l’orchestra e mio nonno seduto orgogliosamente in prima fila erano sicuramente per una piccola nipotina più interessanti del contesto circostante. Nel tempo la cripta era così divenuta un luogo carico di ricordi ma neutro dal punto di vista architettonico. Non mi ero mai  nemmeno interrogata sulla sua storia o sulla sua valenza artistica. L’unica storia che conoscevo era legata ai miei preziosissimi ricordi familiari.

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Qualche giorno fa i miei occhi si sono aperti per la prima volta e ho scoperto la “cripta” di San Domenico. Il cambio di prospettiva  mi è stato offerto in occasione di una visita guidata svolta all’interno del  piano di studi del Corso Turistico che sto frequentando.

Come è mia abitudine sono arrivata con un anticipo di mezz’ora e mi sono soffermata a fare qualche foto del quartiere Villanova che ospita la chiesa. Villanova  è  uno dei quattro quartieri storici di Cagliari in cui anticamente risiedevano gli artigiani, i contadini e i mercanti. Ancora oggi è un quartiere molto vivo con tante botteghe situate per lo più nelle viuzze interne alla più centrale via Garibaldi e  grossi negozi e bar situati nella più trafficata via Sonnino. 037Villanova, inoltre, è quartiere con  molte chiese e qualche ristorante pizzeria. Questo quartiere ospita, inoltre, i giardini pubblici, spettacolari giardini molto frequentati da grandi e piccini. Davanti alla chiesa di San Domenico vi è una piazzetta  molto carina e caratteristica omonima della chiesa circondata da palazzine e casine colorate.032

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Per “fare orario” ho fatto una passeggiata in via Garibaldi per guardare le vetrine, mi sono seduta al caffè all’angolo con la piazzetta per bere un “caffè al ginseng” , ho fatto qualche foto e poi vinta dalla stanchezza mi sono seduta sulla panchina ed è proprio in quel momento che ha avuto inizio la mia scoperta! Nascosta dietro l’obiettivo della mia reflex  ho iniziato a studiare la facciata e a leggere le informazioni all’ingresso. La chiesa e il convento, inizialmente interamente  in stile gotico-catalano appartenevano ai domenicani  ed erano state fondate nel 1254. Molto probabilmente i  Domenicani avevano deciso di stabilirsi in quel quartiere che ai tempi era ancora periferico per aver maggior raccoglimento nello studio dei testi Sacri nell’intento di combattere il dilagare dell’eresia e riportare ordine nelle verità di fede. Nel 1493 vi era stato istituito il tribunale dell’inquisizione…..proprio quando mi accingevo a leggere il resto del “cartello per turisti”sono arrivate le mie colleghe e la nostra guida. Inizia così sulla porta del chiostro il nostro suggestivo tour e subito scopro che il nome cripta seppur ormai facente parte della cultura popolare non è adatto a questo luogo. Ciò che oggi chiamiamo cripta non ha, infatti, mai avuto la funzione precipua della cripta Si tratta di ciò che rimane della vecchia chiesa che è stata in parte distrutta dai bombardamenti del ’43. I lavori di restauro fra il ‘52 e il ‘54 hanno fatto in modo che il pavimento della nuova chiesa poggiasse in parte sulla vecchia rendendola così simile ad una cripta.

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Ciò che mi è piaciuto maggiormente è il chiostro. Il chiostro ha due bracci con arcate costolate a tutto sesto molto ricche e chiuse con una gemma pendula come chiave di volta che la guida ci ha assicurato essere fra le più belle coperture gotiche del mediterraneo!

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Pur non essendo un’esperta d’arte effettivamente mi sono resa conto della finezza del decoro e della differenza fra la copertura di questi due bracci e dei rimanenti che hanno uno stile completamente diverso. Questi ultimi sono del 500 e si  narra che fu Filippo di Spagna a finanziarli.

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Al di là della descrizione  di questo luogo dal punto di vista artistico mi sono nutrita delle suggestioni derivatemi dal racconto. Ho immaginato prima un ordine che viveva in povertà dedito al solo studio dei testi sacri nell’isolamento fornito dalle mura del convento, poi  il tribunale dell’inquisizione. Quante ansie e paure fra quelle mura! Quante speranze! Quante, purtroppo,vane proclamazioni di innocenza!

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Ho lasciato questo luogo ripromettendomi la lettura di un libro di Tomasino Pinna dal titolo: Storia di una strega. L’inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta, Sassari 2000 e  con un’idea gastronomica fortemente identitaria per il mio prosieguo di giornata: “Il pane di Pasqua come centrotavola” ed eccolo qui.

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Passeggiando e Visitando i Luoghi della mia Città

Camminare per le strade della propria città è  un po’ come mangiare il proprio piatto preferito. Si conosce già quel sapore ma ogni volta si rinnova il piacere di riscoprirlo.  Dona il senso di sicurezza e confidenza proprio di una storiella narrata ad un bambino che già la conosce ma che  ama sentirla perché già sa che quella storia ha un lieto fine. Angoli della nostra città che ad un turista sembrerebbero luoghi anonimi, hanno  per noi il sapore nostalgico della nostra infanzia, del gelato mangiato al parco con i nonni, della spesa al mercato con la mamma, delle prime uscite notturne nei locali, della volta che con l’amica si è uscite in centro da sole per la prima volta e della prima volta che siamo andate al cinema o a studiare in biblioteca. Ogni angolo parla di noi e spesso di un’ intera generazione di ragazzi e delle consuetudini degli abitanti di una città, un paese o semplicemente un rione. Alcuni luoghi sono addirittura identitari per tutti gli abitanti di una città perché ci si rispecchiano e ci si riconoscono. Per noi Cagliaritani, ad esempio, è importante il nostro mare  e la spiaggia del Poetto, la sella del diavolo, il bastione, i nostri parchi e tanti altri luoghi ancora. Ho abitato per brevi o lunghi periodi in tanti posti differenti nella mia vita e ho sempre cercato di mettere da parte l’occhio del turista per vivere sempre appieno le reali abitudini e modi di vivere degli abitanti della città. Ho cercato di farmi entrare sottopelle lo spirito del luogo, fatto da uno scandire del tempo diverso, abitudini differenti, profumi nuovi, accenti per me inconsueti e nuovi intrecci di relazioni più o meno profonde. Ho individuato fra tante la caffetteria in cui il caffè aveva il sapore più intenso, la pizzeria in cui la pizza era più sottile e croccante, il parco che riesce a calmarmi e riempirmi il cuore quando la giornata delude le mie aspettative, il locale dove si incontrano le persone dopo il lavoro,quello dove nascono nuovi amori e quello più adatto per cominciare una vita insieme con una proposta di matrimonio, il panificio col profumo migliore e il pane sempre caldo. Vivere un luogo è molto diverso dal vedere le cose che devono essere viste come si fa in brevissimi viaggi; significa entrare a far parte del tessuto sociale, respirare piano assaporando ogni istante, fermarsi ad ascoltare le chiacchiere di due anziane signore che raccontano come si viveva ai loro tempi, andare al mercato e farsi convincere dai commercianti ad assaggiare tutto quanto ancora non conosci e godere nel vederli inorgogliti quando  dopo l’assaggio leggono sul tuo viso, prima ancora che tu lo dica, il gradimento. Oggi voglio condividere con voi qualche foto della mia Cagliari così come la vede il cuore di chi c’è nato e cresciuto, senza alcun intento di mostrare solo il bello oggettivo e con la speranza che un giorno verrete a conoscerne dal vivo i colori, i profumi, gli accenti, la luce e le particolarità della mia Cagliari che fa parte di me come io faccio fieramente parte di lei.

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