Croissant Integrali

Oggi mi sono soffermata a pensare che è trascorso davvero molto tempo dall’ultima volta che ho scritto in questo cantuccio virtuale.

In principio sono stata fagocitata dalle numerose incombenze quotidiane e dal loro ritmo incalzante e in seguito, una volta preso l’abbrivio col lavoro e tutto il resto, mi sono trovata nella difficoltà di ricominciare qualcosa che avevo lasciato in sospeso troppo a lungo!

Forse ho perso l’abitudine di ritagliarmi del tempo per scrivere o più semplicemente ho bisogno di tempi distesi per farlo.

Certamente la frenesia dei miei recenti trascorsi non ha giovato alla mia scrittura ma ciò non significa che io sia rimasta inattiva e abbia trascurato le mie passioni…

Ho sperimentato e imparato molto in questo periodo e non vedo l’ora di raccontarvi tutto ricetta dopo ricetta!

Oggi vi propongo una ricettina che imperversa da qualche mese su quasi tutti i blog e che ovviamente ho voluto provare apportando qualche modifica per renderla più aderente ai miei gusti e alle mie esigenze.

Si tratta della ricetta dei Croissant allo yogurt che io vi proporrò nella versione dolce per la colazione.

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Ingredienti

500 gr di farina integrale biologica

150 grammi di zucchero di canna mascobado

40 grammi di olio di girasole

Uno yogurt biologico

Una bacca di vaniglia

Una bustina di Lievito di birra disidratato

Un uovo

Marmellata biologica

Un uovo da spennellare sulla superficie per lucidare i croissant.

Procedimento

 

Mischiare fra loro gli ingredienti solidi in un capiente insalatiere: farina integrale, zucchero, la polvere di vaniglia ottenuta grattando col coltello la bacca e il lievito.

Disporre gli ingredienti solidi a fontana e versarvi all’interno lo yogurt, l’olio e un uovo.

Impastare molto velocemente la massa di impasto spostandola poi su una spianatoia infarinata e sbattendola più volte sulla stessa per attivare la lievitazione.

Lasciar lievitare l’impasto in luogo caldo coperto da un canovaccio umido.

Quando l’impasto avrà raddoppiato di volume stenderlo con il mattarello sulla spianatoia infarinata.

Ricavare con la rotella tanti piccoli triangolini di impasto.

Mettere in ogni triangolino un pochino di marmellata servendovi di un cucchiaino e arrotolare in modo da formare un cornetto.

Disporre i croissant in una teglia rivestita di carta da forno avendo cura di distanziarli fra loro e spennellarli col rosso d’uovo.

Infornare a 180 gradi fino ad ultimare la cottura e Buon appetito!

 

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Sformatini sfiziosi che sembrano dolcetti ;-)

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ingredienti per 12 sformatini:

7 patate medie con la buccia rossa

12 fette sottili di provola affumicata

6 fette di mortadella tagliate grosse

2 uova

olio q.b.

sale q.b.

pepe nero q.b

un cucchiaino di curry

pane grattugiato.

 

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Procedimento:

Cuocete le patate al vapore e passatele ancora calde nel passapatate,  in seguito aggiungete un po’ d’olio, il sale e un pizzico di pepe.

Sbattete le uova con sale e un filo d’olio e lasciatele  pronte all’uso in una capiente ciotola.

Preparate un’altra ciotola con all’interno pane grattugiato, sale e curry.

Infilate dei pirottini colorati un una teglia per muffin.

Terminate queste fasi preparatorie potremo, finalmente, preparare delle polpettine di patata grandi quanto il diametro di un pirottino spaccarle a metà e mettervi mezza fettina di mortadella e la provola all’interno avendo cura di sigillare bene i bordi.

Ora passiamo ogni polpettina nel pane grattugiato poi nell’uovo e poi nuovamente nel pane grattugiato e adagiamola nel pirottino esercitando una lieve pressione per schiacciarne la superficie.

Quando avremo preparato tutti gli sformatini li porremo in forno a 180 gradi fino a doratura.

Mangiateli appena sfornati mi raccomando!

 

 

 

Quaresima e Pasqua scolpiti in un pane

panoramica 1Presto insegnerò storia e tradizione dei pani pasquali ad un corso sul pane tenuto da Aramenta e per questo motivo oggi ho creato i miei pani didattici. Ognuno di questi pani ha una sua storia, una sua funzione e una sua tradizione. In Sardegna, infatti, il tempo anzi l’intero calendario con le sue usanze, ricorrenze e doni della terra era scolpito e rappresentato in forma di pane.Affianco a me ci sarà Norma Argiolas che  anche recentemente si è aggiudicata un secondo posto in un concorso locale per la preparazione del pane pasquale! Se siete interessati all’argomento e volete partecipare o semplicemente saperne di più contattate Aramenta SRLS! Vi Aspettiamo!pippiaferro di cavallo2panoramica 2uovopanoramica 1cerchiochiodicrocecuoreferro di cavalloferro di cavallo2lazzaromelaspescepintauscala

Coricheddos Nuoresi

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Una frase di Lèvi Strauss recita: “La cucina di una società è un linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura”.

Nessuna frase racchiude meglio di questa il valore intrinseco contenuto in un dolce artigianale sardo.

Il Dolce tradizionale come anche la cucina in generale, è un fortissimo elemento identitario per un popolo perché viene elaborato a partire dalle materie prime presenti su un determinato territorio, in un dato momento storico ed  è espressione del suo sapere , del suo progresso nell’utilizzo dell’utensileria da cucina, dei suoi gusti, della situazione di ricchezza e povertà e relativa ostentazione e dell’interiorità e religiosità dei soggetti che abitano quel territorio. I dolci della tradizione sarda cosi come i pani rituali sono, infatti, il prodotto artigianale che meglio sostanzia l’identità isolana poiché sono frutto di lavoro e ritualità, di significato simbolico e religiosità interiore, di ricchezza e carestia.

Un singolo dolce guardato da questa prospettiva risulta così semantizzato di un proprio bagaglio storico e culturale datogli dal sostrato territoriale.

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I Coros detti anche coricheddos, ovvero, cuoricini in lingua sarda sono dei dolci tradizionali  del nuorese che venivano e vengono ancora oggi preparati in occasione dei matrimoni.

Sono caratterizzati da una pasta a base di semola, acqua e strutto e poco zucchero e da un interno a base di miele, buccia d’arancia, mandorle e zafferano.

Nove cuori e nove pani rituali venivano regati alle spose nuoresi  dalla suocera, dalla madre o dalla madrina in occasione delle nozze. I cuori divenivano  12 o 15 nel caso di matrimonio fra persone particolarmente abbienti. In almeno uno dei cuori venivano rappresentati i gioielli donati alla sposa dal futuro marito.

Questi doni venivano confezionati in un cesto cosparso di grano e fiori.

Il grano, infatti, è da considerarsi da sempre secondo la tradizione come un augurio di prosperità.

In Sardegna, infatti, il miglior augurio che si possa fare ad una persona è: “ Saludi e Trigu” ovvero Salute e grano.

Gli stessi ingredienti vengono usati anche per confezionare i cosiddetti durchicheddos de mele ma la forma di questi ultimi è differente poiché possono rappresentare uccellini, croci, grappoli d’uva, colombe, pesciolini e altri soggetti.

Questi dolcini di miele venivano offerti al termine del banchetto nuziale e confezionati in numero di 12 all’interno di piccoli cestini come bomboniere e accompagnati da una piccola tortina di forma circolare detta: turtichedda de mele.

Anche la turta de s’isposa mantiene identici ingredienti e medesima ricetta ma in forma di una grande torta circolare spesso abbellita di decorazioni di zucchero.

Questa torta veniva donata alla sposa da un parente di primo grado in segno di affetto.

Ingredienti per trenta cuoricini:

Per l’involucro di pasta:

350 grammi di granito di grano tenero 00

40 grammi di strutto

Un cucchiaino di zucchero a velo

Acqua q.b.

Per il ripieno:

300 grammi di miele sardo

300 grammi di mandorle dolci

Un’ arancia grattugiata

Tre pistilli di zafferano

Procedimento:

 Far sbollentare le mandorle  privandole della buccia e tritarle finemente.

Sciogliere il miele in una pentola e aggiungervi i pistilli di zafferano polverizzati, le mandorle e la scorza d’arancia essiccata e macinata.

Far cuocere a fuoco molto basso, mescolando continuamente fin quando non si formerà un impasto che si staccherà dai bordi della pentola.

Stendere il composto su un piano oleato o su una spianatoia o più semplicemente sulla carta da forno e far raffreddare come si farebbe con una polenta.

Nel frattempo preparare l’impasto di granito di grano tenero 00, acqua, strutto e poco zucchero e lasciarlo riposare per un’ora coperto da un canovaccio.

Quando il ripieno si sarà raffreddato, ricavare dei cuoricini utilizzando dei taglia biscotti o semplicemente modellandoli con le mani.

Stendere sottilmente con il mattarello l’impasto a base di granito di grano tenero, acqua, strutto e poco zucchero e mettervi sopra il cuoricino di ripieno.

Ritagliare il cuoricino di pasta tutto intorno al cuoricino di ripieno (deve essere più grande del ripieno) e ricoprire con un’altra sfoglia di impasto a forma di cuoricino della stessa grandezza della precedente.

Far aderire bene i bordi e intagliare la superficie del cuore in modo che il ripieno divenga visibile.

Decorare con fantasia.

Infornare su carta da forno a 140 gradi facendo attenzione che la superficie non si colori.

 

 

 

 

 

 

Il mio luogo dell’anima:San Leonardo de Siete Fuentes

 

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Ho passato tanti anni a cercare la mia strada…

Ho percorso strade in discesa e tantissime strade in salita mentre cercavo di materializzare quella che Coeho definirebbe “la mia leggenda personale”.

Forse, anzi sicuramente, non sono ancora del tutto arrivata e ho bisogno di percorrere ancora tanta strada e consumare ancora tante scarpe ma posso dire con sicurezza che finalmente dopo tanto errare oggi il mio lavoro mi ha portata nel mio luogo dell’anima!

Sembra che tutta la mia vita, il caso o il destino abbia cospirato per portarmi  qui! In questo posto! In questo esatto momento!

Il luogo dove mi sento a casa, dove la lentezza dei ritmi danza leggera con le frequenze del mio spirito e dove respiro pace chiudendo le porte allo stress della modernità, alla vita scandita dalle lancette dell’orologio, ai caffè bevuti troppo in fretta e all’ansia di correre sempre su un metaforico tapis roulant senza arrivare mai…

Un posto nel verde dove il telefonino non riceve, dove stradine di terra si inanellano su se stesse nell’intenso verde della foresta e il rumore del guizzo d’acqua delle fontane, del ruscello e dei laghetti mi culla in un tenero abbraccio.

San Leonardo con le sue sette fontane e la sua storia antica e affascinante, la trachite della chiesetta romanica e i suoi Muristenes, i lecci, l’agrifoglio e le querce da sughero hanno stregato il mio cuore!

Questo posto mantiene inalterato il fascino schietto e sincero dell’insediamento antico. Eletto a dimora e luogo cultuale sin dai tempi più remoti (XII sec.) per la copiosità e salubrità delle acque e per il verde rigoglioso e lussureggiante della sua foresta.

Il suo stesso nome “San Leonardo delle Sette Fonti” (in spagnolo siete fuentes) rievoca la sua natura di pane per l’anima, di sorgente di vita e di miracolo, in quanto sette sorgenti (Tabga= Heptapegon) fu il luogo che fece da sfondo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato nei vangeli, al discorso cosiddetto della Montagna, all’apparizione agli apostoli dopo la resurrezione e come qui a San Leonardo anche a tabga sorse una chiesa.

Il numero sette, inoltre, ha sempre rivestito una grande importanza e simbolismo in campo magico-religioso.

Secondo alcuni studiosi furono i monaci dell’ordine cistercense i primi ad insediarvisi e a dare il nome di Sette Fontane alla chiesa e poi all’intero borgo.

Si trovano vari esempi in tutta Europa dell’usanza di  quest’ordine di battezzare con questo nome i luoghi in cui si stabilivano come, ad esempio, l’Abazzia di Sept-Fons in  Francia.

Le fonti ovviamente ci sono davvero e con la loro acqua purissima, diuretica e priva di scorie alimentano un piccolo laghetto e un ruscelletto che scorre fino a raggiungere la piana di Abbasanta (acqua santa in lingua sarda).

Un tempo San leonardo era soltanto il più antico dei tre insediamenti che si svilupparono in questa zona.

Oltre a Santu Lussurgiu vi era, infatti, il villaggio di Lucentina che sorgeva a pochi km dal santuario di San Lussorio verso Abbasanta in una zona che oggi prende il nome di Lughentinas.

L’attuale San Leonardo pur mantenendo intatto il suo potenziale di fascinazione è assai diversa dal piccolo centro del passato.

Delle vestigia del passato rimane intatta soltanto parte della foresta, le acque e la chiesetta romanica con i suoi muristenes.

La piccola chiesetta di San Leonardo situata alle pendici del Montiferru è un monumento medievale in stile Romanico-Pisano  che fu fondata nel XII secolo e che fu dedicata a Leonardo di Noblac  e che subì dei rimaneggiamenti intorno al XIV-XV secolo fra cui l’aggiunta di un campanile a vela .

In un documento del 1341 viene menzionata come: “ecclesia septem Fontium.”

Una fonte documentale del 1355 afferma che in questo luogo sorgesse anche un Ospedale intitolato a San Leonardo di sette fontane e gestito dagli Ospedalieri di San Giovanni che curavano i soldati di ritorno dalle crociate e i lebbrosi.

Si attesta, inoltre, la presenza di due grandi monasteri di cui uno maschile e uno femminile.

Una delle storie che si narra su questi luoghi è una storia di vendetta e dolore legata alla figura  di Guelfo della Gherardesca, figlio del Conte Ugolino, di Dantesca memoria, vissuto nel XIII secolo.  Questi,volendo vendicare l’uccisione del padre e del fratello sfidò i pisani e uccise per strangolamento Giovanni Gubatta, uno degli  assassini.

In seguito però i Pisani lo sconfissero a Domusnovas e lo costrinsero ad una ritirata repentina.

Errò a lungo a cavallo ferito e umiliato e trovò rifugio nel monastero dei gerosolimitani a San Leonardo e qui morì.

A causa delle guerre e delle epidemie del 1300 l’insediamento di San Leonardo si spopolò mentre quello di Santu Lussurgiu guadagnò importanza. Lucentina, invece, sparì.

Oggi, a San Leonardo è rimasto davvero poco delle vestigia del passato.

Ciò che è immediatamente visibile e visitabile è solo la chiesetta con l’annesso novenario che si erge come ginestra nel deserto a testimonianza del passato.

Nel novenario in cui un tempo si faceva la novena a San Leonardo oggi vi è una stupenda e romantica struttura ricettiva dal nome “Eremo del Cavaliere” e gestita eccelsamente da una giovane coppia di coniugi.

Qui su prenotazione si potranno degustare piatti della tradizione o ricette originali e pernottare all’interno dell’antico muristenes.

Io ne ho approfittato subito e vi metto a disposizione qualche immagine qui sotto!