Sembro una Sebada ma sono uno Strudel

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Ciao a tutti!

Scusate l’assenza e la latitanza in cucina ma ho avuto un gran da fare con lo studio e la progettazione turistica. Oggi, però, mio cognato Roberto mi ha richiamato all’ordine! Mi ha detto che è ormai trascorso troppo tempo dall’ultima ricetta..così eccomi qui! 😉 La ricettina di oggi è molto veloce e semplice e tornerà utile allorquando, dovendo organizzare un pranzo per molte persone e di molte portate, entrerete nel panico :-o. Non fate quella faccia….sapete bene che succede e pure spesso! 😉 Si tratta di uno strudel monoporzione che ha la forma di una sebada e può essere servito solo o accompagnato da un po’ di cremoso gelato alla panna. Ora vi faccio dare giusto una sbirciatina del ripieno….IMG_1444Vediamo chi indovina cosa c’è dentro….Se credete che ci siano le mele siete del tutto fuori strada! Ad ogni modo con questi “sebadastrudel” ho avuto un successone: non ho nemmeno fatto in tempo a guarnire i piatti. Me li hanno letteralmente sfilati dalle mani ancora caldi 🙂 giusto il tempo di mettere lo zucchero a velo! Ora vi svelerò ricetta e procedimento…ma ricordate: vi ho avvertito che  sono semplici e veloci, dunque,  non aspettatevi nessuna pasta sfoglia fatta a mano 😉 Non scriverò le quantità perché dipende da quanti ospiti avete a cena o a pranzo e dai vostri gusti personali… io ad ogni modo per fare otto dischetti doppi ho usato due pere,10 biscotti, quattro cucchiai di nocciole, due cucchiai di zucchero, un quadratino di cioccolato in tavoletta per ogni strudel, un’arancia e una spolverata di zucchero a velo! 🙂

Ingredienti:

Pasta sfoglia

Biscottini al cacao fondente

Abbondante granella di nocciole

Arancia grattugiata

Pere coscia

una tavoletta di cioccolato fondente al 70%

zucchero

zucchero a velo

Procedimento:

Ricavare i dischetti doppi con l’aiuto di un taglia-biscotti o un coppa-pasta e adagiarli sulla teglia foderata di carta da forno (oppure ognuno su un pezzetto di carta da forno). Tagliare le pere e unirle allo zucchero, ai biscotti grattugiati, alla granella di nocciole e alla scorza d’arancia grattugiata. Disporre il contenuto di due cucchiai di ripieno su metà dei dischetti precedentemente preparati e porvi in cima un quadratino di cioccolato fondente. Ricoprire, infine, con  i dischetti rimasti facendoli aderire bene  sui bordi e saldarli con una pressione ottenuta tramite i rebbi di una forchetta.IMG_1445

Praticare dei fori  sulla superficie con la punta di una forchetta e infornare in forno preriscaldato a 180 gradi fino a doratura! sfornare, spolverare con lo zucchero a velo e servire ben caldi e buon appetito!

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Storie Sospese nel Tempo al Cimitero Monumentale Di Bonaria

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Silenzio intorno e luce che illumina polvere grigia sui monumenti dell’antico cimitero. Busti nobili e austeri, putti angelici, statue borghesi a figura intera e vedove inconsolabili con gioielli mi circondano silenziose e mi raccontano senza parole, nell’assoluto mutismo della fredda pietra, il calore di un’intera vita. Nell’antico cimitero monumentale di Bonaria le storie dei compianti si intrecciano a quelle degli artisti che ne hanno forgiato nel marmo le fattezze e  si mischiano al dolore e all’ostentazione narcisa  dei superstiti. La pietra racconta pregi e difetti di un’intera comunità. Nonostante l’antologia di Spoon River  di E.L. Masters e il giorno del giudizio di Salvatore Satta non pensavo  che un cimitero potesse evocare in me una simile concatenazione di pensieri traducibile in bramosia di conoscenza e riflessione. Eppure è successo! Non oltrepassavo quel portone ormai da molto tempo, avevo circa sei anni quando visitai il cimitero per la prima e ultima  volta…fino ad oggi. Troppo piccola, forse, per capire il segreto nascosto in quella memoria cittadina a cielo aperto, in quel posto, a ridosso della collina, che già in passato, aveva avuto la vocazione al riposo eterno, necropoli punico- romana e paleocristiana le cui tracce sono tuttora visibili.  L’odierno cimitero  in realtà non è nato da un sentimento romantico di riposo sulla collina ma  da un esigenza pratica  ovvero seppellire lontano dalla città i corpi di coloro che erano spirati a causa dell’ epidemia di colera del 1816. Precedentemente, infatti, gli esponenti di nobili famiglie venivano sepolti all’interno  di cripte o altre aree delle chiese mentre i meno abbienti venivano ammassati corpo su corpo senza memoria. Dal 1 Gennaio del 1829 le anime riposano alle pendici della collina, in un luogo progettato da Luigi Damiano, ma i valori non sono affatto cambiati! Allorquando, dopo l’ampliamento, divverrà possibile acquistare le concessioni perpetue i nobili  si faranno immortalare in statue marmoree di rara bellezza e edificheranno cappelle con “cripte sotterranee”. Queste ultime già ad un primo sguardo ricordano, infatti, i ricoveri sepolcrali nelle chiese e  ostentano con la loro sontuosità e magnificenza l’ importanza sociale e le ricchezze della famiglia di appartenenza. Oggi dopo tanti ampliamenti Il cimitero è un’ immagine rappresentativa del tessuto sociale. Vi è un’ area destinata agli acattolici, protestanti e anglicani di nazionalità inglese, francese e  tedesca, vi è un area dedicata alle tombe dei bambini e poi vi sono busti rappresentanti nobili e figure intere rappresentanti i borghesi, allora in ascesa. Vi sono cappelle di confraternite, tombe adornate da simboli massonici e sepolture militari. Ma coloro che riposano non sono i soli protagonisti di questa collina perché il colle di Bonaria è galleria d’arte a cielo aperto in cui espongono gli artisti più noti dell’isola e si sfidano e confrontano sulla maestria nel scolpire trini e merletti, pieghe di vesti e visi contriti. Questo è ad esempio il caso della statua della vedova dell’Avvocato Todde intagliata con un trapano a manovella e le cui vesti scendono morbide lungo il corpo segnato da un accenno di artrosi quasi impercettibile eppure presente. Donna elegante e fiera con i suoi splendidi gioielli e un dito che tiene il segno in un libro indice della sua cultura.

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Sartori l’ha pensata così in un luogo di risalto, visibile come pubblicità imperitura alla sua bottega che sfida nella sua esecuzione perfetta la vedova Raspi un tempo considerata la miglior scultura del cimitero di Bonaria e che ora al cospetto della vedova Todde  mi appare, da profana, forse più rozza e sproporzionata. Sartori con la statua della vedova Todde  sfida la vedova di Vittorio Raspi opera di Ambrogio Celi. I defunti in queste due opere appaiono come attori non protagonisti,  in secondo piano,quasi marginali…

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Poco oltre scorgo la statua di Efisino una persona incontrata casualmente in cimitero mi ha raccontato che molte nonne e molte madri  in passato portavano i bambini a salutare il piccolo Efisino rappresentato da una statua a grandezza naturale che lo ritrae seduto con il suo giocattolo fra le mani, vestito elegantemente e apparentemente addormentato. Questa statua del 1885, collocata all’interno di una cappella di famiglia, è una delle primissime opere di Sartorio che l’ha modellata sulla fotografia scattata al bambino morto. L’iscrizione posta alla base della statua è di una crudezza immediata e mi ha suscitato subito una sensazione di ansia e disagio. Recita infatti: “Cattivo perché non ti svegli?”Questa pare essere stata la prima frase detta dalla madre al bambino credendolo addormentato.Qualcuno, in passato, ha azzardato anche l’ipotesi che Efisino fosse un bambino narcolettico. La statua di Efisino purtroppo è in marmo zuccherino ed è perciò condannata a polverizzarsi col tempo, così mi illudo con questo misero scritto, che è davvero poca cosa, di contribuire nel mio piccolo a preservarne la  futura memoria.

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Affianco ad Efisino vi è la statua di suo padre opera di Giovanni Battista Villa che lo ritrae in piedi, appoggiato alla sedia del suo ufficio. La sua figura intera e la collocazione sulla sedia dell’ufficio contrappongono la sua posizione borghese a quella dei nobili del tempo che prediligevano essere rappresentati da mezzi busti imponenti.

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Poco oltre si trova una cappella di Sartorio della Famiglia Silvestri-Birocchi- Berola che è una cappella con una componente altamente simbolica in cui vi è un angioletto che scosta il drappo per permettere alle anime dei defunti, presenti nella cappella,di passare nell’aldilà. Ancora oltre vi è la tomba di Suor Nicoli, quella di Carlo Sanna, di Giovanni Spano, Ottone Baccaredda,  Piero Schiavazzi e altri uomini molto noti a Cagliari ma la storia che ora intendo raccontare è quella di Pietro Magnini che ha una statua marmorea che ricorda le circostanze della sua morte. Magnini, infatti, lavorava con la sua ditta alla costruzione dell’orientale Sarda allorquando è stato ucciso e derubato. Il processo ha visto imputati due Sardi e il ragioniere dell’azienda ma solo quest’ultimo è stato giudicato colpevole. La moglie nel frattempo aveva fatto scolpire la statua per il marito rappresentando le circostanze della morte e facendo scolpire l’immagine di due banditi sardi con tanto di berritta sulla lapide che fece poi “grattar via” dopo il processo!

Mi soffermo poi sulla tomba delle due sorelle più note del cimitero: Jenny e Amina. Amina fu la prima donna di cagliari a        ” prendere la maturità” e morì dopo il diploma molto probabilmente di malattia. Jenny, sua sorella era anch’essa dedita allo studio al ginnasio che a quei tempi era maschile. Le guide cimiteriali raccontano che purtroppo proprio per questo motivo circolavano alcune voci calunniose sulle due ragazze, voci  che le dipingevano come ragazze poco serie e ciò portò il fidanzato di jenny a lasciarla. Si dice dunque che jenny si uccise e venne deposta in questa cappella senza i sacramenti. Una leggenda racconta che il fantasma di genny vestito da sposa percorra il cimitero senza pace. Qualche anziano sostiene addirittura di averla vista e di aver udito queste parole “ quanto mi piacciono i girasoli”.

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Cammino oltre, fra statue di diversi stili che spaziano dal neoclassico, al realismo e da quest’ultimo al simbolismo e al liberty e mi perdo nel leggere gli epitaffi, nello scorgere il simbolismo oltre le parole. Farfalle notturne come simbolo di rinascita e rinnovazione, clessidre con ali che dipingono il tempo che fugge, rose spezzate e passerotti esanimi che parlano di vite spezzate prematuramente, e così via….

Pensieri si susseguono nella mia testa e ripenso ad una poesia dal titolo: “A livella” di quel grande uomo di nome Totò che narra la storia di un marchese e di un netturbino sepolti vicini e del fatto che il marchese non si capaciti di questa prossimità perché lui è di nobili natali mentre l’altro è un uomo semplice. Ma la saggezza popolare ha la meglio e il netturbino impartisce un’amara morale al suo vicino: La morte livella tutti indipendentemente da ciò che si è stati in vita.

Così mi soffermo ad osservare che l’ottica terrena in questo luogo non accenna ad elevarsi ma forza l’eternità in geometrie umane. I lacci  delle convenzioni  sociali e delle convinzioni umane sormontate da  pesanti sovrastrutture in questo posto apparentemente non si spezzano e non si sciolgono perché sepolte in tonnellate di  memoria pietrificata.

Il termine pietrificato porta i miei pensieri a correre veloci verso Efisio Marini  detto “il pietrificatore” e la sua storia, che percorre anche i sentieri di questo storico cimitero. Questo scienziato studioso di medicina e storia naturale è vissuto fra il 1835 e il 1900 e la sua vita è ammantata dal mistero della sua arte: La pietrificazione di cadaveri”, arte e segreti che purtroppo sembrano essere scomparsi con lui.

Questa è la classica storia con qualche risvolto macabro adatta a essere raccontata all’interno di un cimitero sul calar della sera! Credo che da bambina se l’avessi conosciuta avrei potuto far tremare tutti i compagnetti di classe! Efisio Marini era esponente di una ricca famiglia borghese trapiantata in Sardegna da lungo tempo,  aveva studiato all’università di Pisa  e nel 1861 era tornato a Cagliari  e aveva iniziato a lavorare come assistente nel Museo di Storia Naturale. Era un uomo ambizioso che puntava ad una cattedra universitaria e negli anni trascorsi da assistente elaborò il suo metodo di pietrificazione dei cadaveri. Senza tagli od iniezioni riusciva a comporre i cadaveri in modo da pietrificarli e poi all’occorrenza riusciva a renderli  nuovamente “plastici” in modo da potergli far assumere diverse posture. Marini per il suo lavoro traeva ispirazione dai fossili che vedeva perfetti nella loro eternità.

Questa sua scienza tanto macabra quanto originale si accordava al gusto del tempo orientato verso  una certa ricerca del lato oscuro, ricordiamo ad esempio, Frankenstein libro di  Mary Shelley del 1818 e la cui seconda edizione è del 1831…… oppure senza andare troppo lontano l’opera  del 1870 di  Agostino Allegri situata all’interno dello stesso cimitero di Bonaria. Quest’opera rappresenta un puttino alato che sparge fiori sulla tomba di Giuseppina Ara de conti Ciarella morta a soli 25 anni. Si racconta, infatti, che per modellare questa Statua Allegri prese come modello il cadavere di un bambino in obitorio. Nella statua, infatti, si può osservare il ventre rigonfio del puttino e i capelli sollevati che indicano il fatto che fosse adagiato morto su un lettino. Quest’opera incontrò il gusto dei tempi e il suo autore fu ricoperto di elogi!

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Marini non ebbe altrettanta fortuna e la sua singolare scienza lo portò a morire in miseria  lontano dalla sua terra natìa e ad essere additato in vita come motivo di superstizione, come un mago e un eretico!  La sua storia incontra quella del cimitero di Bonaria allorquando inizia a fare i suoi esperimenti in segreto all’interno del cimitero. All’inizio comincia a lavorare solo su porzioni di cadavere che trasforma in tre fasi: Conservazione, pietrificazione e mantenimento e nel frattempo confortato dai suoi risultati attende il momento di poter dimostrare al mondo di riuscire a pietrificare un corpo intero!

L’occasione si presenta allorquando muore  Pietro Martini. Pietro Martini era un uomo molto noto in Sardegna perché era uno storico che visse fra gli inizi e la metà dell’800, impiegato alla segreteria di stato del Vicerè di Sardegna,direttore della biblioteca Universitaria noto per aver creduto e avvallato i  cosiddetti “falsi di Arborea”. La sua morte il 17 febbraio 1866 rappresentò per Marini l’occasione adeguata per svolgere sul suo corpo un trattamento di pietrificazione. Marini con questa occasione si giocava tutto perché si sa “ nemo Profeta in patria” ed egli aveva molti detrattori e ben pochi sostenitori.

Il trattamento riuscì e il Martini venne pietrificato.  Gli amici quattro mesi dopo ebbero l’idea di riesumarlo per fotografarlo dato che possedevano di lui solo un ritratto giovanile.  Marini ne fù ben felice e in quell’occasione dimostrò che il corpo si era ben conservato. Lo plasmò fra le sue mani vestendolo con un manto nero e mettendogli un libro in mano! L’incarnato aveva un bel colorito e i tessuti erano elastici. La foto ebbe grande successo ma i detrattori di Marini continuarono il loro lavoro demolitorio sui giornali e nelle stanze dell’ateneo. Ciò portò il Marini a riesumare più volte la salma che apparì sempre ben conservata.  Il bisogno di apprezzamento e di serenità di Marini un anno prima  lo portò  anche a Parigi, finalmente lontano dalla sua città e dal chiacchiericcio che si faceva sul suo conto. Qui ebbe un periodo molto sereno. Nel 1865 partecipa all’ esposizione Universale di Parigi  ricevendo i complimenti di Napoleone III che affida al professor Nelàton, Accademico della facoltà di medicina parigina, il compito di esaminare il suo lavoro. Egli per convincere quest’ultimo opererà sul piede di una mummia egizia ottenendo ottimi risultati che gli frutteranno di essere decorato con la Legion D’Onore. Questi sono anche gli anni in cui per riconoscenza Marini assembla il suo macabro tavolino e ne fa dono a Napoleone III. Il tavolino, infatti, era composto di parti ricavate da corpi umani pietrificati. In Francia  e non solo.. gli viene offerta una cattedra universitaria che lui rifiuta sperando sempre di ottenerne una in Italia. Ma dall’Italia riceve solo una proposta condizionata al fatto che lui prima sveli il segreto della pietrificazione. Lui questo segreto non lo svelerà mai per la paura che cada in mani sbagliate o peggio che lui stesso venga dimenticato! Oggi il corpo del Martini è conservato in un loculo privo di lapide e all’ultima esumazione del 2006 è risultato corrotto dal tempo!

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Una persona incontrata casualmente al cimitero,  che mi è apparsa molto preparata, mi ha raccontato che la responsabilità non è però da attribuirsi al Marini. Allorquando venne ampliato il cimitero sulla porzione del territorio su cui prima sorgeva la chiesa di San Bardilio Baccaredda ebbe l’idea di costituire un “famelio” ovvero una zona cimiteriale con le tombe di uomini illustri. I parenti di Martini decidono così di spostare il loro illustre parente in questa nuova zona cimiteriale. Iniziò così, a quanto pare, un carteggio, non troppo amichevole, fra Ottone Baccaredda e Marini in cui quest’ultimo non garantisce la conservazione della salma in caso di spostamento. Oggi quindi La tomba di Martini è senza lapide, in una tombino a muro del cimitero.  Non è   certamente bella da vedere ma ha una storia che mi ha catturata e ha meritato che ve la raccontassi così come la “guida fortuita” che ho trovato oggi in cimitero l’ha raccontata a me. Ironia della sorte Baccaredda è sepolto proprio in questo cimitero mentre Marini  si trova sepolto a Napoli, forse in una fossa comune poiché la cappella dell’Arciconfraternita che lo accoglieva essendo fallita l’arciconfraternita è stata rilevata e occupata dai corpi di altre persone. Il giro è finito, la sirena del cimitero suona e avverte che il cimitero sta per chiudere….quante cose ancora mi sfuggono e mi affascinano..quante storie ancora da scoprire….e poi ho anche qualche antenato da ritrovare di cui già conosco la storia…tornata a casa eccomi qui a scrivere tutto prima che la memoria spazzi via i dettagli importanti…sperando di avervi raccontato qualcosa da reputar prezioso!

Torta allo Yogurt di Pistacchi

torta yogurt 1 Ingredienti:

250 grammi di yogurt ai pistacchi

300 grammi di farina

300 grammi di zucchero

tre uova vanillina una bustina di lievito per dolci

olio di girasole  (contenitore dello yogurt da usarsi come misurino)

Procedimento:

Frullare lo zucchero con le uova, aggiungere poi la vanillina, lo yogurt, l’olio e continuare a frullare con le fruste. Aggiungere infine la farina e per ultimo il lievito. Imburrare e infarinare uno stampo e mettervi all’interno il composto. Cuocere a 180 gradi in forno preriscaldato.

Un museo delle Mattonelle e una Torta salata di Pomodorini

Oggi ho scoperto grazie ad un’amica il piccolo museo delle piastrelle situato nel cuore del quartiere  “Castello” a Cagliari.Un museo della memoria che parla delle case e del gusto dei nobili abitanti di Castello ma anche delle persone comuni e delle loro case! Consiglio di visitare questo angolino delizioso del ricordo e di scoprirne i segreti…per questo motivo non intendo assolutamente anticiparvi nulla! 😉

Piccolo Museo:  “Contus De Arrejolas -Far Ceramica”, via Lamarmora, 67 Cagliari

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quiche di pachino 1

Ingredienti:

Pomodorini pachino

pasta brisee

tre cucchiai di pesto

due mozzarelle senza lattosio

pane grattugiato

olio q.b.

sale q.b.

Procedimento:

Stendere la pasta brisèe sulla carta da forno e adagiarla all’interno di una teglia. Bucherellare la pasta con una forchetta e stendere su tutta la superficie le mozzarelle sgocciolate e tagliate a fette.Versarvi sopra tre cucchiai di pesto , i pomodorini  pachino interi e infine condire con poco olio, pane grattugiato e sale. Ripiegare la pasta brisèe ai bordi della teglia e infornare a 180 gradi fino ad ultimare la cottura.quiche di pachino

Un’ assolata giornata alla “Sella del Diavolo”

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In territorio di Sant’Elia, quartiere conosciuto per la storica presenza dello Stadio di calcio, si erge un promontorio formato da rocce sedimentarie ricche di fossili e  di vegetazione. La roccia  che  nella forma somiglia ad un’enorme sella crea uno scenario affascinante e suggestivo che si può ammirare dalla spiaggia del Poetto o dal vicino porticciolo di Marina piccola.

Già da bambina questo spuntone roccioso mi veniva indicato come “ La Sella del Diavolo” e ammetto che questo nome un po’ mi spaventava.

Spesso, nelle serate estive, con i miei genitori e amici di famiglia ci si recava al porticciolo, in cerca di refrigerio e capitava che “ i Grandi” per riposare  dalla lunga passeggiata,si sedessero sui gradoni davanti alla banchina delle barche. Noi piccini nel frattempo, girati dalla parte opposta, fantasticavamo sulla “Sella” raccontandoci l’un l’altro “Storie di Paura”. La fantasia è fervida a quell’età e potevamo inventare  senza mai annoiarci per ore e ore…

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Oggi mi sono sentita un po’ bambina nel sentir raccontare una storia sulla Sella del diavolo. Non una storia qualunque ma la leggenda che si tramanda da lungo tempo.

Si narra, infatti, che Lucifero e la sua schiera di demoni rimasero talmente tanto affascinati dal golfo di Cagliari da volercisi stabilire.

Dio allora raccolse a difesa dello splendido golfo l’arcangelo Michele seguito da un esercito angelico e fu così  che il cielo cagliaritano fece da sfondo alla storica battaglia del bene contro il male. Inutile dirvi che come nelle migliori storie il bene trionfa! Lucifero viene disarcionato dal suo animale e la sua sella cade e si pietrifica nella zona meridionale Cagliaritana che oggi separa  la spiaggia del Poetto  da quella di Calamosca.

Ad ogni modo esistono due versioni di questa storia e nella seconda di queste, si narra che Dio aveva fatto dono agli angeli di un golfo bellissimo in cui le persone vivevano in pace e con amore. Il diavolo e suoi demoni si erano ingelositi e avevano iniziato una guerra nei cieli di Cagliari. Gli angeli ebbero la meglio e con onde altissime scagliarono Lucifero a terra che con l’impatto del suo corpo, cadendo a cavalcioni, diede la forma di sella a quella roccia.

Il famoso golfo oggetto di contese, invece, prese il nome dei vincitori che ancor oggi lo proteggono diventando così il “ Golfo degli Angeli”.

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Da Bambina, nonostante quel luogo mi incutesse paura, chiedevo sempre ai miei genitori o ai miei nonni di poterlo visitare. Lo guardavo dal Poetto o da Marina Piccola e cercavo di capire se ci si potesse avventurare fin lassù. Mi veniva sempre risposto: “  Non è possibile perché la Sella è zona militare”.

Ma se è vero che il versante nord, che guarda verso Marina Piccola ed il Poetto è zona Militare non è vero che la sella non sia accessibile dal lato di Calamosca! Così oggi in un’assolata mattina con jans e scarpe comode per la prima volta nella mia vita ho visitato “la sella!” L’ho fatto in compagnia delle mie compagne di corso ed è stata un esperienza davvero divertente e istruttiva oltre che stancante! Forse la stanchezza è derivata più dalla calda giornata che dal percorrere il sentiero che tutto sommato è agevole e non è poi tanto lungo! L’importante è avere scarpe comode e non con suola liscia perché la roccia, levigata dal tempo e dal passaggio, affiorante dal terreno potrebbe risultare un po’ scivolosa. Un’altro consiglio che mi sento di darvi, nel caso intendiate fare questa esperienza, è quello di portare con voi dell’acqua da bere perché, ovviamente, non vi sono punti di ristoro in questa natura affascinante e incontaminata! Troverete tanti bei localini molto panoramici che si specchiano sull’acqua solo prima di intraprendere il percorso o di ritorno dal percorso stesso. Il percorso che la nostra guida ha scelto per arrivare in cima è un percorso facile segnalato da cerchi verdi dipinti sulla pietra. Mi sono sentita un po’ come pollicino nel seguire tutti questi cerchietti immersa nei profumi della vegetazione mediterranea che si staglia rigogliosa su favolosi scenari marini. Ciò che ho apprezzato maggiormente è  il fatto che quella natura custodiva tesori, tesori lontani nel tempo, ognuno con la sua storia, il proprio modo di segnare il territorio trasformandolo, le sue tradizioni,le credenze e modi di vita che l’hanno plasmato. Sulla sommità, in un tempo ormai lontano, sorgeva il tempio di Astarte, dea Fenicia che rappresentava Venere , detta anche Ishtar coincidente anche, oltre che con altri nomi, con uno dei nomi di Lucifero.

Lucifero, infatti, è il nome che portava il diavolo prima di ribellarsi a Dio. In seguito diventerà  satana o diavolo ovvero avversario, colui che divide. Mentre ascoltavo la guida che narrava la storia del luogo mi  sono chiesta, se questo sito come tanti altri portasse i segni della Cristianizzazione che, come noto, cercava di debellare antichi culti pagani e se quindi  il nome: “Sella del diavolo” avesse  qualcosa a che fare con la presenza di questo tempio!  In seguito ho trovato le risposte che cercavo nelle parole della guida che ci ha raccontato che Il culto di Astarte prevedeva  la prostituzione di giovani donne con marinai di passaggio. Le giovanissime rimanevano nel tempio fino al primo incontro carnale e solo in seguito a questo congiungimento potevano essere liberate dalla schiavitù.

Con questo rito, quindi, veniva ossequiato  un idolo che per di più aveva anche un lato oscuro! Astarte era, infatti, Dea della guerra!della sessualità! Insomma per i Cristiani era l’immagine del peccato! Era il Male! Era il diavolo! Fiera delle mie intuizioni ho continuato la scoperta del territorio.

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In questo sito, vi è una cisterna punica molto profonda  e una cisterna romana a forma tronco- conica. Volevo sporgermi meglio per scattare la foto ma le profondità della terra mi fanno un po’ paura e inoltre avevo paura mi cadessero gli occhiali in quel buco profondo!

In questo posto silenziosissimo dove un insetto ronzante fa davvero rumore nell’XI secolo i Monaci Vittorini  costruirono un monastero e si occuparono dell’intero territorio circostante comprendente le saline, le aree dedicata alle colture e le peschiere. Quale posto migliore per un luogo di ritiro e preghiera? Anche i pisani lasciarono una loro impronta sul territorio costruendovi una torre detta “torre della Lanterna” oppure torre di Pouhet, ovvero pozzetto (data la prossimità con la cisterna Romana), dalla quale secondo alcuni deriverebbe il nome della vicina spiaggia del Poetto.

Gli Spagnoli nel XVI secolo vi costruirono una torre di avvistamento ma purtroppo oggi di questa torre non rimangono che poche pietre ammassate che fanno appena intuire che si tratti appunto di una torre. Durante il secondo conflitto mondiale furono realizzate alcune costruzioni utilizzando molto probabilmente materiali di spoglio provenienti dai resti di una chiesa dedicata a Sant’Elia. La zona di Sant’Elia, infatti, deve il suo nome  al fatto di essere stata,secondo una lunga tradizione, teatro del Martirio dell’omonimo Santo. Sant’Elia, durante le persecuzioni di Diocleziano,sarebbe stato ucciso proprio in questi luoghi.

Ho percorso la strada a ritroso abbastanza velocemente trascinata dall’unico desiderio di vincere la calura con un sorso di qualcosa di fresco da gustare nei localini sul mare e con la felicità della bambina di allora che ha scoperto “ la Sella” e i suoi segreti.

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