IL Rito del Pane Pasquale

 

Un’antica leggenda narra che in un tempo assai remoto la Sardegna era abitata da piccole fate le “janas”. Le “janas” erano creature magiche e misteriose detentrici di scienza e sapere la cui dimora consisteva in una grotticella artificiale di pietra. Un giorno queste creature decisero di sviare i passi di una giovane donna e di condurla così presso le loro grotticelle. Il loro intento era amichevole: volevano insegnarle i segreti della panificazione e donarle una ”matrice miracolosa” che nascosta nella farina e mischiata con dell’acqua avrebbe aumentato il volume dell’impasto. Così nel segreto della grotticella, nell’utero della terra, da elementi magici come acqua purissima di sorgente, terra (grano dorato), aria (incorporata con il lievito) e fuoco sarebbe nato l’ alimento perfetto: il Pane.

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La donna apprese la ritualità, si sentì responsabile depositaria del segreto delle fate e custode della preziosa matrice che tutto moltiplica e tutto trasforma. Le fate le dissero che quel lievito madre avrebbe dovuto essere tramandato di generazione in generazione e “rinnovato” ad ogni impasto. Così da allora le donne depositarie di questo segreto, della matrice e del rito rinnovano giorno dopo giorno quest’arte panificatoria. La leggenda non sarà mai niente di più che una fiaba ciò che risponde a verità è invece la dimensione magico-religiosa che riveste in Sardegna un alimento come il pane che non è mai stato solo un semplice alimento.

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Il pane, infatti, è stato semantizzato di contenuti culturali. È rito, mito, leggenda! È incrocio di sacro e profano! Nel mediterraneo le civiltà cerealicole primitive sostituiscono al sacrificio umano e di animali il sacrificio del pane. Il pane viene, dunque, offerto alle divinità che  propiziano il raccolto. Gli antichi coltivatori, infatti, temevano più di tutto il resto la siccità e le malattie e parassitosi delle piante.

La Storia ci insegna che furono gli Egizi a fare il pane per la prima volta e che anche presso di loro il pane era alimento Sacro e prezioso poiché lo confezionavano in forma conica o piramidale per offrirlo al tempio. Erodoto, il noto storico greco ci riporta, inoltre, che in ogni casa egizia vi fosse l’impasto inacidito ovvero il lievito madre e questo fosse visto come un ingrediente magico capace di trasformare l’impasto.

Anche gli Ebrei conoscono il pane e hanno anche fra le loro varietà una focaccina lievitata ma prediligono consumarlo azzimo perché è il pane del viaggio.

Agli azimi si legano rituali del giorno della pasqua ebraica in cui il capofamiglia raccontando il passaggio di Mosè nel mar rosso amministra e spezza gli azzimi.

Anch’essi lo offrono al Signore al tempio nella misura di 12 focacce sostituendolo ai sacrifici umani e animali di biblica memoria, come quello di Abramo nei confronti del proprio figlio Isacco prima che Dio gli fermasse la mano.

I romani “pianteranno” dei pani nel terreno per fecondare la terra e apriranno i primi panifici.

In Sardegna le cose non vanno diversamente, il pane è ancora alimento sacro e importante e ciò è testimoniato dai numerosi ritrovamenti archeologici come: pintaderas, rozzi silos per i cereali, pestelli di pietra,  bronzetti raffiguranti offerenti di pane.

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Il pane è sempre stato, alimento imprescindibile, base della nostra alimentazione e cosiddetto pane quotidiano e ciò a maggior ragione quando la Sardegna diviene granaio di Roma e d’Italia.

La coltivazione del grano nelle civiltà cerealicole che basavano il proprio sostentamento sui cereali  era, inoltre, rivestita di sacralità e  portava con se riti di propiziazione degli Dei.

In periodo pagano il pane rituale veniva confezionato per propiziare il raccolto nel periodo del solstizio estivo che arrivava a conclusione del ciclo agrario iniziato col solstizio invernale.

Nel giorno del solstizio invernale , alcuni chicchi di grano andavano a morire nella buia terra, illuminati da un debole astro solare ma durante il solstizio estivo quando il sole raggiungeva il suo massimo potere illuminante il grano biondeggiava nei campi ma già intravedeva la morte per mano del contadino e della sua falce. Così in un ciclo continuo di vita, morte e rinascita ciò che rimaneva imperituro era lo spirito del grano. L’uomo faceva così esperienza di passione, morte e rinascita.

La Sardegna fu, dunque, teatro di una vera e propria religione agraria che vedeva nell’usanza del covone rituale la sua massima espressione.

Il covone rituale era il primo o l’ultimo covone mietuto in cui si sostanziava la divinità del grano e il racconto della sua “ passione” che subisce violenza e muore per mano del contadino per poi rinascere nella stagione successiva.

Per rimediare all’offesa e al male arrecato alla divinità madre terra e al grano stesso  e per propiziare una nuova stagione agraria favorevole e non siccitosa ed evitare malattie e parassitosi del grano veniva recitata una preghiera tramandata di generazione in generazione.

La divinità del grano venne così personificata nelle figura di alcune divinità come, ad esempio, Demetra o Persefone in Grecia, Adone e Afrodite in Siria, Tammuz Cibele in Babilonia e Iside o Osiride in Egitto.

Da noi questa usanza è arrivata ancora prima dei Romani con i fenici e i greci ed ha avuto un grande successo poiché il nostro sostrato culturale aveva già il culto della Dea Madre che conosceva il ciclo di nascita, morte e rinascita.

Il grano del primo covone verrà tenuto in casa con la  funzione di scacciare il malocchio, riseminato, usato per sa mixina antiga e sparso sui morti per propiziarne la rinascita, posto negli armadi per salvaguardare i possedimenti familiari.

Il pane rituale veniva forgiato in forme apotropaiche e in venerazione di astri celesti e divinità terrene.

Ad esempio, a forma di triangolo per la dea triangolo, a forma di mezzaluna, a forma di cuore oppure evocando pitture rupestri: cerchio, spirale, rombo, clessidra.

Il pane giornaliero invece evocava in genere immagini di fertilità come vegetazione, grano e fecondità.

Per gli antichi arte, lavoro, religione e panificazione erano una cosa sola. Infatti i laboratori di pane, tessitura e ceramica sorgevano a ridosso del tempio.

In periodo cristiano il pane è poi diventato corpo di Cristo con la transustanziazione ed è divenuto pane pasquale, pane quaresimale, pane delle comunioni, pane del santo durante il novenario, pane dei morti, pane degli sposi, pane del battesimo, pane del patrono.

Vi sarà però comunque un continuum con le feste e le usanze pagane e le festività Cristiane in quanto alcuni dei riti pagani e la stessa simbologia e motivi ornamentali dei pani rituali verranno semantizzati di nuovi significati Cristiani, espressione di ciò che il vangelo asserisce ove recita che:“ Cristo fa nuove tutte le cose”.

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Durante i riti della settimana Santa il pane verrà così  portato anche nel sepolcro per identificare il ciclo del grano con il rito di nascita, morte e resurrezione in Cristo che Gesù stesso conosceva quando diceva che il chicco deve morire per dare frutto come l’uomo deve morire a se stesso per avere la vita eterna.

Il ventinove di giugno , giorno sacro per la mietitura diventa il giorno di San Pietro in occasione del quale con le spighe del covone viene confezionata una croce, oppure un mazzo di spighe da inserire in un pane rituale a forma di croce o ancora, una croce di stoppie o un mazzo di spighe plasmato con la pasta del pane.

Dalle spighe offerte col covone rituale ai santi, inoltre, il Sacerdote ricaverà la farina per le ostie in osservanza della prescrizione di Dio a Mosè tramandata agli israeliti: Offrirete un covone a Dio per mezzo del sacerdote.

Un altro covone verrà invece appeso in casa con funzione apotropaica e sarà il covone di San Giovanni.

Il pane a forma di triangolo dedicato alla dea diverrà sa pippia e caresima formata da una testolina e due triangoli sovrapposti per il corpo con sette gambe, una per ogni settimana di quaresima e nel marghine rimarrà anche la tradizione del pane a forma di triangolo.

Ogni paese in Sardegna veniva contraddistinto più nel passato che nel presente dal profumo del suo pane.

Il pane é patrimonio di famiglia e delle genti. Segna miseria e nobiltà. Se bianco è consumo ostentativo di una posizione sociale agiata se nero o finanche di ghianda rappresenta povertà e molto spesso tutto ciò che la famiglia possiede.  Nei paesi della Sardegna vi è una forma di rispetto per il pane: il pane non si taglia col coltello bensì si spezza con le mani, non si mette capovolto sul tavolo perché rappresenta i valori della comunità e della famiglia e si ha la credenza che capovolgendolo si muti in negativo l’ordine delle cose.

Se  il pane o un suo tozzetto cade in terra deve essere baciato e mangiato subito poiché si tratta del corpo di nostro Signore.

Si mette un pezzo di pane nella culla del nascituro sotto il guanciale o all’interno della camiciola a contatto con la pelle per allontanare il malocchio e per lo stesso motivo le donne lo mettevano nel reggiseno.

Il rito del pane inizia a mezzanotte con una preghiera. Per i pani rituali si utilizzano tre varietà di grano: trigu biancale, trigu sardu e il cosiddetto trigu siciliano. Sia la madrige ovvero il lievito madre che l’impasto si segnano con una croce per aprirli alla lievitazione e alla rinascita e resurrezione che porta a nuova vita.

Il pane è espressione di vita comunitaria e sociale poiché si riuniscono molte donne per confezionarlo e le bambine diventano donne intagliando il pane con le donne della propria famiglia.

Durante questo momento di festa si parla di tante cose, si ride e si racconta il passato.

Il pane viene scolpito con forbici dalla punta diritta, rotelle, coltellini affilati e spesso vengono usati dei timbri per la sua decorazione. Questi timbri possono risalire al periodo cristiano e dunque raffigurare, santi, la Madonna, croci e quant’altro oppure essere ancora più antichi e avere le decorazioni che hanno le pintaderas ritrovate durante gli scavi a Barumini, Villanovaforru, Torralba, Orroli etc etc.

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La sacralità del pane ha fatto in modo che anche la natura del forno venisse mistificata.

Il forno, presente soltanto nelle case più abbienti, con la sua forma circolare e il suo interno di mattoni refrattari diviene quasi un oggetto sacro che però può essere prestato come la macina a pietra in cambio della cosiddetta decima  parte.

Nei paesi vi erano anche le cosiddette panificatrici professioniste che facevano il pane per gli abitanti del paese e che così presero l’abitudine di firmarlo,  per contraddistinguerlo, con proprie fogge e propri timbri.

La sala del forno era un luogo puro che non doveva essere violato dall’ingresso di estranei durante la panificazione.

Per mantenere il malocchio lontano dal pane venivano posti tre granelli di sale grosso sulla soglia e se malauguratamente qualche donna estranea varcava la porta durante il rito della panificazione le veniva imposto di toccare il pane e pronunciare formule magiche e preghiere che terminavano con la formula:” che Dio vi aiuti per la buona riuscita del pane”.

Le panificatrici rispondevano in coro: “ Che Dio lo voglia e le regalavano un pane”

Se il pane stentava a lievitare venivano chiamate donne anziane depositarie di antiche formule e riti magici per togliere il malocchio.

La sacralità del forno trovava le sue radici in un’antica usanza pagana che vedeva Vesta come dea del forno.

A lei venivano presentati i malati per essere guariti ponendoli davanti al forno accesso mentre i bambini venivano avvolti in panni caldi che precedentemente avevano avvolto il pane appena sfornato.

La forma e il colore del pane davano, inoltre, oracoli sul futuro raccolto.

Per quanto riguarda ,invece, il pane pasquale il simbolismo è in gran parte un simbolismo di derivazione Cristiana a parte qualche caso in cui si ravvisano elementi della panificazione precedente.

Questo è proprio il caso del pane pasquale più conosciuto ovvero  “Su coccoi con l’ou” ovvero il tipico pane di pasqua confezionato con l’uovo.

Questo è davvero il pane più conosciuto e uno dei pochi ancora in uso ma a dire il vero l’antica usanza prescriveva che dall’inizio della quaresima fino a pasqua si preparassero pani rituali differenti in cui il tema era la passione, morte e risurrezione di Gesù.

Avremo così pani rituali quaresimali, pani rituali della settimana Santa  e pani che andranno ad imbandire la sola tavola del giorno di Pasqua.

La tradizione cattolica, infatti,  suddivide in settimane un periodo di quaranta giorni che precede il giorno di Pasqua.

Questo tempo nella nostra tradizione inizia con il mercoledì delle ceneri e si conclude con il giovedì Santo.

Per ogni settimana di quaresima in Sardegna veniva, dunque, preparato un pane.

Così, ad esempio, a Ghilarza vi erano nell’ordine:

-la settimana del cardo spinoso

-la settimana della scala

-la settimana della croce

-la settimana di Lazzaro

-la settimana del pesce

-la settimana della palma

Molti pani venivano riprodotti in forma ridotta per i bambini per insegnare loro i tempi religiosi e gli avvenimenti della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Nella prima settimana di quaresima nel marghine veniva confezionata “sa corona e caresima” una ghirlanda o un ferro di cavallo con sette rigonfiamenti (detti melas) e col passare delle settimane diminuiva il numero dei rigonfiamenti fino ad un solo rigonfiamento la domenica di Pasqua.

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In barbagia e nel campidano si preparava, invece, “sa pippia e caresima”.

Questa bambolina era formata da due triangoli sovrapposti con sopra un capo tondo e sette piedi rappresentanti le settimane di quaresima.

Era come un calendario e veniva appesa di fianco al focolare e per ogni settimana trascorsa le si bruciava una gambetta.

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A Oristano e Ghilarza veniva invece preparato il pane del cardo ovvero: “ su pani e Ureu”.

Sette bastoncini di pasta si intrecciavano a formare un nodo e i sette bastoncini rappresentavano i sette steli del cardo spinoso e le sette settimane di quaresima.

Nella seconda settimana abbiamo S’iscala ovvero la scala diffusa in molte zone diverse della Sardegna.

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Una scaletta di pane da tre a quattro pioli che rappresentava la salita sulla croce.

Nella terza settimana abbiamo “Sa rughe” ovvero la croce veniva dunque preparata un pane a forma di croce latina e veniva segnata con un coltellino affilato con un incisione a croce oppure decorata con fiori e uccellini.

croce

Abbiamo poi la quarta settimana cosiddetta di Lazzaro con “ su pani e Lazzaru” che ha origine ad Abbasanta e in tutto l’oristanese.

È un pane di forma antropomorfa rappresentante Lazzaro avvolto in lunghe bende e a volte decorato con chicchi di grano che ne simulano lo stato di decomposizione.

Il pane rappresenta il potere di Gesù sulla morte.

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Poi vi è la  quinta settimana ovvero la  settimana del pesce. Veniva preparato un pane a forma di pesce destinato alle offerte per i poveri.

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Il simbolismo è chiaro essendo da sempre il pesce il simbolo delle prime comunità cristiane riunite in  nascondimento e preghiera.

Si poneva il simbolo del pesce per indicare ai primi cristiani dove riunirsi poiché l’acronimo della parola ikthys ovvero pesce tradotto in italiano significa : “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Il pane ricorda il sacrificio di Cristo per salvare l’umanità dal proprio peccato.

Poi vi è la settimana delle palme.

Per la Domenica delle palme abbiamo: “Sas rughittas” e “s’omine”.

Sas rughittas ovvero le crocette sono un accompagnamento per i tipici simboli benedetti della domenica delle palme ovvero: la palma intrecciata e il rametto d’ulivo. Le foglie vi si infilavano all’interno e le crocette venivano appese agli stipiti delle porte e alle finestre per benedire l’abitazione. Qui rimanevano appese per tutto l’anno fino all’anno seguente in cui venivano bruciate e sostituite. S’Omine rappresentava Gesù Cristo e veniva utilizzato allo stesso modo delle crocette, ma all’interno dell’ovile, adornandolo con foglie di ulivo e palme intrecciate.

Per il giovedì Santo abbiamo invece: su pane e’apustolos,  su pane e sas virghines, su pane e su lavabu.

Su pane e’ apustolos è un pane a forma di corona molto grande intitolato agli apostoli.

Era preparato dalle madri  di figli molto malati la notte del mercoledì per essere portato in offerta la mattina seguente molto presto a tutte le case del vicinato visibili dalla casa della madre panificatrice.

Il voto durava tredici anni.

Questo pane non poteva essere mai rifiutato nemmeno in caso di faide familiari perché sarebbe stato un atto sacrilego.

Un altro pane del giovedì santo era“Su pane e Sas Virghines”ovvero un pane a forma rotonda, che ricorda vagamente una spianata, intagliato lungo i lati e timbrato con pintaderas a motivo floreale.

Doveva essere distribuito a 12 vergini con l’augurio di un felice matrimonio.

Nel marghine, poi, le confraternite femminili preparavano  con il grano della questua“ su pane e su lavabu” un pane di varie forme come trecce, rombi e corone che veniva portato in chiesa e offerto dopo la lavanda dei piedi ai poveri della comunità insieme ad arance e viole.

Le arance , infatti, simboleggiavano l’abbondanza e le viole contrizione e dolore per la morte di Cristo.

Sempre il giovedì santo e sempre per le famiglie bisognose veniva preparato “ su pane e sas animas de sa giogia Santa in memoria dei propri defunti.

In questa settimana poi venivano confezionati pani in forma di chiodi della croce e di corone di spine.

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Sul tavolo pasquale, invece, troveremo:

  • Sa Pertusita e’ pasca
  • Sa capude e pasca
  • Sos puzzones de mele
  • Sa simula pintara e pasca
  • Su coccoi e su pidreru
  • Su cogone con mendula

 

Sa perusita e’ pasca è un pane rotondo decorato con i simboli della passione mentre sa capude ha una forma allungata vagamente antropomorfa decorata allo stesso modo. In tempi precristiani si preparava a capodanno caput anni che veniva celebrato in settembre da qui il nome capude e anche dal fatto che il pane prendeva la forma dell’uomo al quale veniva regalato e quello del capo famiglia veniva spezzato sulla testa del proprio figlio maschio più piccolo come augurio.

Sos puzzones de mele non è esattamente un pane ma è un dolce composto dagli stessi ingredienti dei coricheddos nuoresi ma a forma di colomba.

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Sa simula e pasca è un pane pintau  con varie forme:ghirlanda, ferro di cavallo, fiore, volatile etc etc ornato con fiori e colombelle.

Su coccoi e su pidreru erano , invece, pani a forma  di ghirlanda o ferro di cavallo o mezzaluna  con vari rigonfiamenti sui quali sono disposte decorazioni a tema pasquale.

Era donato ai bambini che accompagnavano il sacerdote per la benedizione della casa al rintocco della campana delle ore 14.00.

Su cogone con mendula è una spianata, una ghirlanda o una treccia decorata con mandorle e destinata al tavolo di pasqua o regalata a parenti e amici.

Il  occasione del giorno di Pasqua detta “ Pasca Manna”, inoltre, verranno preparati per i bambini su coccoi con l’ou e i “coccoeddu con mindula” per i bambini nelle famiglie meno abbienti. Vi erano, inoltre varianti più fantasiose come la borsetta con l’uovo, il piccione con l’uovo, la bambolina con l’uovo e altri pani cosiddetti giocattolo.

Per gli adulti si preparavano, invece, sa cogone cun mendula, su pane pintau e pasca decorato con uova, mandorle o noci.

Il pane pasquale era sempre contraddistinto dal suo candore e le uova vi simboleggiavano la vita, l’abbondanza  e la morte e resurrezione di Cristo.

L’uovo che sembra materia senza vita racchiude al proprio interno la vita pulsante, rappresenta dunque  in se stesso una piccola espressione di risurrezione come il  muto sepolcro per Cristo risorto.

L’uovo in realtà prima di essere un simbolo Cristiano è stato simbolo pagano poiché in alcune credenze del passato l’uovo era l’unione di cielo e terra e per gli egizi era unione dei quattro elementi : acqua, aria, terra e fuoco.

Nel medioevo era  simbolo di rinascita della natura in periodo primaverile.

 

Carla Puddu

Maestro in Enogastronomia e Ospitalità

 

 

 

 

Sformatini sfiziosi che sembrano dolcetti ;-)

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ingredienti per 12 sformatini:

7 patate medie con la buccia rossa

12 fette sottili di provola affumicata

6 fette di mortadella tagliate grosse

2 uova

olio q.b.

sale q.b.

pepe nero q.b

un cucchiaino di curry

pane grattugiato.

 

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Procedimento:

Cuocete le patate al vapore e passatele ancora calde nel passapatate,  in seguito aggiungete un po’ d’olio, il sale e un pizzico di pepe.

Sbattete le uova con sale e un filo d’olio e lasciatele  pronte all’uso in una capiente ciotola.

Preparate un’altra ciotola con all’interno pane grattugiato, sale e curry.

Infilate dei pirottini colorati un una teglia per muffin.

Terminate queste fasi preparatorie potremo, finalmente, preparare delle polpettine di patata grandi quanto il diametro di un pirottino spaccarle a metà e mettervi mezza fettina di mortadella e la provola all’interno avendo cura di sigillare bene i bordi.

Ora passiamo ogni polpettina nel pane grattugiato poi nell’uovo e poi nuovamente nel pane grattugiato e adagiamola nel pirottino esercitando una lieve pressione per schiacciarne la superficie.

Quando avremo preparato tutti gli sformatini li porremo in forno a 180 gradi fino a doratura.

Mangiateli appena sfornati mi raccomando!

 

 

 

Quaresima e Pasqua scolpiti in un pane

panoramica 1Presto insegnerò storia e tradizione dei pani pasquali ad un corso sul pane tenuto da Aramenta e per questo motivo oggi ho creato i miei pani didattici. Ognuno di questi pani ha una sua storia, una sua funzione e una sua tradizione. In Sardegna, infatti, il tempo anzi l’intero calendario con le sue usanze, ricorrenze e doni della terra era scolpito e rappresentato in forma di pane.Affianco a me ci sarà Norma Argiolas che  anche recentemente si è aggiudicata un secondo posto in un concorso locale per la preparazione del pane pasquale! Se siete interessati all’argomento e volete partecipare o semplicemente saperne di più contattate Aramenta SRLS! Vi Aspettiamo!pippiaferro di cavallo2panoramica 2uovopanoramica 1cerchiochiodicrocecuoreferro di cavalloferro di cavallo2lazzaromelaspescepintauscala

Coricheddos Nuoresi

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Una frase di Lèvi Strauss recita: “La cucina di una società è un linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura”.

Nessuna frase racchiude meglio di questa il valore intrinseco contenuto in un dolce artigianale sardo.

Il Dolce tradizionale come anche la cucina in generale, è un fortissimo elemento identitario per un popolo perché viene elaborato a partire dalle materie prime presenti su un determinato territorio, in un dato momento storico ed  è espressione del suo sapere , del suo progresso nell’utilizzo dell’utensileria da cucina, dei suoi gusti, della situazione di ricchezza e povertà e relativa ostentazione e dell’interiorità e religiosità dei soggetti che abitano quel territorio. I dolci della tradizione sarda cosi come i pani rituali sono, infatti, il prodotto artigianale che meglio sostanzia l’identità isolana poiché sono frutto di lavoro e ritualità, di significato simbolico e religiosità interiore, di ricchezza e carestia.

Un singolo dolce guardato da questa prospettiva risulta così semantizzato di un proprio bagaglio storico e culturale datogli dal sostrato territoriale.

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I Coros detti anche coricheddos, ovvero, cuoricini in lingua sarda sono dei dolci tradizionali  del nuorese che venivano e vengono ancora oggi preparati in occasione dei matrimoni.

Sono caratterizzati da una pasta a base di semola, acqua e strutto e poco zucchero e da un interno a base di miele, buccia d’arancia, mandorle e zafferano.

Nove cuori e nove pani rituali venivano regati alle spose nuoresi  dalla suocera, dalla madre o dalla madrina in occasione delle nozze. I cuori divenivano  12 o 15 nel caso di matrimonio fra persone particolarmente abbienti. In almeno uno dei cuori venivano rappresentati i gioielli donati alla sposa dal futuro marito.

Questi doni venivano confezionati in un cesto cosparso di grano e fiori.

Il grano, infatti, è da considerarsi da sempre secondo la tradizione come un augurio di prosperità.

In Sardegna, infatti, il miglior augurio che si possa fare ad una persona è: “ Saludi e Trigu” ovvero Salute e grano.

Gli stessi ingredienti vengono usati anche per confezionare i cosiddetti durchicheddos de mele ma la forma di questi ultimi è differente poiché possono rappresentare uccellini, croci, grappoli d’uva, colombe, pesciolini e altri soggetti.

Questi dolcini di miele venivano offerti al termine del banchetto nuziale e confezionati in numero di 12 all’interno di piccoli cestini come bomboniere e accompagnati da una piccola tortina di forma circolare detta: turtichedda de mele.

Anche la turta de s’isposa mantiene identici ingredienti e medesima ricetta ma in forma di una grande torta circolare spesso abbellita di decorazioni di zucchero.

Questa torta veniva donata alla sposa da un parente di primo grado in segno di affetto.

Ingredienti per trenta cuoricini:

Per l’involucro di pasta:

350 grammi di granito di grano tenero 00

40 grammi di strutto

Un cucchiaino di zucchero a velo

Acqua q.b.

Per il ripieno:

300 grammi di miele sardo

300 grammi di mandorle dolci

Un’ arancia grattugiata

Tre pistilli di zafferano

Procedimento:

 Far sbollentare le mandorle  privandole della buccia e tritarle finemente.

Sciogliere il miele in una pentola e aggiungervi i pistilli di zafferano polverizzati, le mandorle e la scorza d’arancia essiccata e macinata.

Far cuocere a fuoco molto basso, mescolando continuamente fin quando non si formerà un impasto che si staccherà dai bordi della pentola.

Stendere il composto su un piano oleato o su una spianatoia o più semplicemente sulla carta da forno e far raffreddare come si farebbe con una polenta.

Nel frattempo preparare l’impasto di granito di grano tenero 00, acqua, strutto e poco zucchero e lasciarlo riposare per un’ora coperto da un canovaccio.

Quando il ripieno si sarà raffreddato, ricavare dei cuoricini utilizzando dei taglia biscotti o semplicemente modellandoli con le mani.

Stendere sottilmente con il mattarello l’impasto a base di granito di grano tenero, acqua, strutto e poco zucchero e mettervi sopra il cuoricino di ripieno.

Ritagliare il cuoricino di pasta tutto intorno al cuoricino di ripieno (deve essere più grande del ripieno) e ricoprire con un’altra sfoglia di impasto a forma di cuoricino della stessa grandezza della precedente.

Far aderire bene i bordi e intagliare la superficie del cuore in modo che il ripieno divenga visibile.

Decorare con fantasia.

Infornare su carta da forno a 140 gradi facendo attenzione che la superficie non si colori.

 

 

 

 

 

 

Il mio luogo dell’anima:San Leonardo de Siete Fuentes

 

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Ho passato tanti anni a cercare la mia strada…

Ho percorso strade in discesa e tantissime strade in salita mentre cercavo di materializzare quella che Coeho definirebbe “la mia leggenda personale”.

Forse, anzi sicuramente, non sono ancora del tutto arrivata e ho bisogno di percorrere ancora tanta strada e consumare ancora tante scarpe ma posso dire con sicurezza che finalmente dopo tanto errare oggi il mio lavoro mi ha portata nel mio luogo dell’anima!

Sembra che tutta la mia vita, il caso o il destino abbia cospirato per portarmi  qui! In questo posto! In questo esatto momento!

Il luogo dove mi sento a casa, dove la lentezza dei ritmi danza leggera con le frequenze del mio spirito e dove respiro pace chiudendo le porte allo stress della modernità, alla vita scandita dalle lancette dell’orologio, ai caffè bevuti troppo in fretta e all’ansia di correre sempre su un metaforico tapis roulant senza arrivare mai…

Un posto nel verde dove il telefonino non riceve, dove stradine di terra si inanellano su se stesse nell’intenso verde della foresta e il rumore del guizzo d’acqua delle fontane, del ruscello e dei laghetti mi culla in un tenero abbraccio.

San Leonardo con le sue sette fontane e la sua storia antica e affascinante, la trachite della chiesetta romanica e i suoi Muristenes, i lecci, l’agrifoglio e le querce da sughero hanno stregato il mio cuore!

Questo posto mantiene inalterato il fascino schietto e sincero dell’insediamento antico. Eletto a dimora e luogo cultuale sin dai tempi più remoti (XII sec.) per la copiosità e salubrità delle acque e per il verde rigoglioso e lussureggiante della sua foresta.

Il suo stesso nome “San Leonardo delle Sette Fonti” (in spagnolo siete fuentes) rievoca la sua natura di pane per l’anima, di sorgente di vita e di miracolo, in quanto sette sorgenti (Tabga= Heptapegon) fu il luogo che fece da sfondo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato nei vangeli, al discorso cosiddetto della Montagna, all’apparizione agli apostoli dopo la resurrezione e come qui a San Leonardo anche a tabga sorse una chiesa.

Il numero sette, inoltre, ha sempre rivestito una grande importanza e simbolismo in campo magico-religioso.

Secondo alcuni studiosi furono i monaci dell’ordine cistercense i primi ad insediarvisi e a dare il nome di Sette Fontane alla chiesa e poi all’intero borgo.

Si trovano vari esempi in tutta Europa dell’usanza di  quest’ordine di battezzare con questo nome i luoghi in cui si stabilivano come, ad esempio, l’Abazzia di Sept-Fons in  Francia.

Le fonti ovviamente ci sono davvero e con la loro acqua purissima, diuretica e priva di scorie alimentano un piccolo laghetto e un ruscelletto che scorre fino a raggiungere la piana di Abbasanta (acqua santa in lingua sarda).

Un tempo San leonardo era soltanto il più antico dei tre insediamenti che si svilupparono in questa zona.

Oltre a Santu Lussurgiu vi era, infatti, il villaggio di Lucentina che sorgeva a pochi km dal santuario di San Lussorio verso Abbasanta in una zona che oggi prende il nome di Lughentinas.

L’attuale San Leonardo pur mantenendo intatto il suo potenziale di fascinazione è assai diversa dal piccolo centro del passato.

Delle vestigia del passato rimane intatta soltanto parte della foresta, le acque e la chiesetta romanica con i suoi muristenes.

La piccola chiesetta di San Leonardo situata alle pendici del Montiferru è un monumento medievale in stile Romanico-Pisano  che fu fondata nel XII secolo e che fu dedicata a Leonardo di Noblac  e che subì dei rimaneggiamenti intorno al XIV-XV secolo fra cui l’aggiunta di un campanile a vela .

In un documento del 1341 viene menzionata come: “ecclesia septem Fontium.”

Una fonte documentale del 1355 afferma che in questo luogo sorgesse anche un Ospedale intitolato a San Leonardo di sette fontane e gestito dagli Ospedalieri di San Giovanni che curavano i soldati di ritorno dalle crociate e i lebbrosi.

Si attesta, inoltre, la presenza di due grandi monasteri di cui uno maschile e uno femminile.

Una delle storie che si narra su questi luoghi è una storia di vendetta e dolore legata alla figura  di Guelfo della Gherardesca, figlio del Conte Ugolino, di Dantesca memoria, vissuto nel XIII secolo.  Questi,volendo vendicare l’uccisione del padre e del fratello sfidò i pisani e uccise per strangolamento Giovanni Gubatta, uno degli  assassini.

In seguito però i Pisani lo sconfissero a Domusnovas e lo costrinsero ad una ritirata repentina.

Errò a lungo a cavallo ferito e umiliato e trovò rifugio nel monastero dei gerosolimitani a San Leonardo e qui morì.

A causa delle guerre e delle epidemie del 1300 l’insediamento di San Leonardo si spopolò mentre quello di Santu Lussurgiu guadagnò importanza. Lucentina, invece, sparì.

Oggi, a San Leonardo è rimasto davvero poco delle vestigia del passato.

Ciò che è immediatamente visibile e visitabile è solo la chiesetta con l’annesso novenario che si erge come ginestra nel deserto a testimonianza del passato.

Nel novenario in cui un tempo si faceva la novena a San Leonardo oggi vi è una stupenda e romantica struttura ricettiva dal nome “Eremo del Cavaliere” e gestita eccelsamente da una giovane coppia di coniugi.

Qui su prenotazione si potranno degustare piatti della tradizione o ricette originali e pernottare all’interno dell’antico muristenes.

Io ne ho approfittato subito e vi metto a disposizione qualche immagine qui sotto!

 

 

 

Strudel Di Mele e mandorle: La giusta Colazione per una Passeggiata nel Verde

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Ingredienti per 8 mini strudel:

230 grammi circa di pasta sfoglia

due mele

marmellata di fichi

80 grammi di burro

10 biscotti tipo digestive

estratto di mandorla q.b.

5 cucchiai di Scaglie o granella di mandorle tostate

pane grattugiato q.b.

Procedimento:

Tagliare a tocchetti molto piccoli le mele e metterle all’interno di una casseruola. Unirvi lo zucchero e il burro e far cuocere a “fuoco lento” fino a completo scioglimento del burro.

Aggiungere al composto i biscotti grattugiati, le mandorle e l’estratto di mandorle.  Amalgamare bene il tutto e farlo raffreddare.

Stendere la pasta sfoglia e tagliarla in otto rettangoli. Disporre sopra ogni rettangolo un cucchiaio di marmellata di fichi e un cucchiaio o due di composto di mele, biscotti e mandorle.

Chiudere con una stella cometa d’impasto facendola aderire spennellando lo strudel con l’albume.

Infornare a 180 gradi fino ad ultimare la cottura, far raffreddare e cospargere di zucchero a velo.

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